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Dubai: storia della destinazione che non conosce limiti

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Burj al Arab

Contraddizioni ed eccessi della città più incredibile degli Emirati Arabi.

Dubai è un infinito spettacolo pirotecnico, un susseguirsi di fuochi d’artificio dove la meraviglia per l’ultimo viene surclassata da quello successivo.

E’ la città dei superlativi assoluti: dal grattacielo più alto, il Burj Khalifa, agli hotel più sfarzosi, ai centri commerciali con un numero “infinito” di negozi, passando per le scenografiche fontane danzanti dall’enorme portata d’acqua fino ai Miracle Gardens, giardini lussureggianti creati dal nulla, in pieno clima desertico. La Dubai Frame poi, l’enorme cornice delle viste panoramiche, diventando soggetto stesso delle foto, sottolinea quanto destinazione punti all’esibizione e all’esagerazione. Un luogo dove alla parola “impossibile” è stato mozzato il prefisso con un immaginario colpo netto di jambiya, il tradizionale pugnale arabo dalla lama ricurva.

burj al arab

Forse ispirandosi al vento inesauribile e potente delle tempeste di sabbia che è in grado al suo passaggio di cambiare le curve del deserto, un vento altrettanto potente ha plasmato la geografia di questa area stretta tra il Golfo Persico e la Penisola Arabica: dapprima convogliato nelle torri di Bastakiya, antichi ed efficientissimi impianti di raffrescamento, poi direzionato, con un po’ di immaginazione, verso una simbolica vela di barca,  per spingerla oltre ogni limite.

Il  suo passato si ripercorre nel Museo nella Fortezza di Al Fahidi, il quartiere più antico della città: esso narra una storia fatta di raccoglitori di datteri, di pescatori di perle, di costruttori di dhow (piccole imbarcazioni prive di chiodi), di mercanti di oro, tessuti e spezie, di tribù nomadi arrivate dal deserto agli inizi del 1800, che avrebbero iniziato a governare su questo incrocio geografico di rilevanti rotte marittime e carovaniere, passando dal protettorato britannico all’indipendenza del 1971.

 Grande moschea

 E’ con l’inaugurazione del Burj Al Arab, l’hotel a forma di vela interamente costruito su un isolotto artificiale, qualche settimana prima del capodanno del 2000, che Dubai puntava al turismo, non come una scommessa, come nuova promessa. In quegli anni la Sheikh Zayed Road non conosceva ancora il traffico di oggi e la città era spesso avvolta da nuvole di polvere dei cantieri: mezzi da lavoro in continuo movimento trasportavano i materiali per realizzare le isole artificiali a forma di palma che avrebbero cambiato il disegno della costa. In appena un quarto di secolo questa città è passata dall’essere tappa di stop-over nei voli a lungo raggio ad una delle destinazioni più ambite del turismo globale.

burj khalifa

Qui si può fare di tutto: sciare, fare surf in piscina e sulle dune, scivolare in tubi trasparenti e passeggiare sugli esterni dei grattacieli, sospesi nel vuoto, anche se l’attività più estrema è senz’altro lo shopping. I centri commerciali sono costruiti per in-trattenere gli avventori facendo perdere loro la cognizione del tempo, concedendo solo due scelte: comprare o spendere.

Oggi, Dubai ha uno skyline inconfondibile, dove ogni grattacielo ha forme, caratteristiche e strutture diverse: un insieme variegato di esercizi di stile architettonico e ingegneristico, esaltante per gli appassionati del settore, nel quale non si sarebbero raggiunte tali altezze senza le basi, anche se il petrolio costituiva una risorsa sulla quale non si poteva puntare a lungo. Visione, ingegno, audacia e sfrontatezza sono stati il motore del cambiamento fondamentale di questa città, che ha puntato agli investimenti e al turismo, garantendo, in cambio, burocrazia semplificata, regime fiscale speciale, sicurezza assoluta.

Per questo ormai a Dubai c’è il mondo: no, non solo l’incredibile arcipelago artificiale con residenze prestigiose e strutture ricettive di altissimo livello rappresentante il planisfero, ma soprattutto l’umanità variegata della manodopera multietnica che ha letteralmente costruito la città più futuristica degli Emirati Arabi, sulle cui condizioni di vita e di lavoro spesso cade un velo che non ammette trasparenza.

E’ il lato opaco dell’oro che riesce comunque ad attrarre e accecare chi sceglie di visitare Dubai, trovandolo non solo nell’antico souk del quartiere di Deira, ma anchenelle decorazioni delle residenze emiratine, degli alberghi lussuosi, fino quelle della Grande Moschea. Si parla addirittura della prossima creazione di una strada interamente lastricata di oro vero, nell’ambito del progetto del Gold District. Chi è stato qui almeno una volta, non fa fatica a crederci.

In ogni caso, l’oro è già ovunque a Dubai, come quando il sole al tramonto tinge le facciate degli edifici di bagliori dorati che si riflettono nelle acque del Creek e perfino nelle luci della città che si accende per la sera. Lo scintillio è talmente impattante da impedire la vista del cielo stellato. Per tornare a “rivedere le stelle”, bisogna andare nel deserto di notte. Quando le fuoristrada hanno smesso di sfidare le alture delle dune, si può godere uno degli spettacoli della natura che questa città, nonostante il lussuosissimo firmamento alberghiero, ancora non riesce a eguagliare, gustandosi un bicchiere di jallab, bevanda deliziosa  a base di datteri, carrubo e acqua di rose.  

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