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Medici di famiglia sotto pressione: la Suprema Corte riconosce la responsabilità del datore in caso di stress lavoro-correlato
Pubblicato
7 mesi fail

Dopo la morte di un altro medico di famiglia, cresce l’allarme per i carichi di lavoro insostenibili. La Suprema Corte: in caso di stress lavoro-correlato, spetta al datore dimostrare di aver tutelato la salute del lavoratore.
A poche settimane dalla scomparsa della Dr.ssa Maddalena Carta, un altro medico di famiglia, é morto: il Dr. Fausto Gaeta di Pozzuoli Medici senza Carriere esprime il proprio cordoglio
alla famiglia.
Oramai i medici di medicina generale, oberati da ore di lavoro, che occupano la gran parte della giornata, non hanno più tempo e modo per dare la giusta attenzione ai propri sintomi di malessere, che, se trascurati, possono portare ad esiti infausti.
Con l’ordinanza 26923 del 7 ottobre 2025, la sezione Lavoro della Suprema Corte ha stabilito un principio destinato a fare scuola: quando un lavoratore subisce un danno grave alla salute a
causa dello stress lavorativo, non è lui a dover dimostrare tutte le responsabilità dell’azienda, ma è l’azienda stessa a dover provare la propria innocenza.
La dimostrazione dell’esistenza del nesso causale tra le condizioni di lavoro e il danno subito spetta, prima di tutto, al lavoratore o ai suoi familiari. Questo collegamento non deve necessariamente derivare da un singolo episodio drammatico, ma può essere il risultato dell’accumulo di situazioni stressanti nel tempo, quello che i giudici definiscono l’intero
atteggiarsi del rapporto di lavoro”.
Una volta che questo legame viene provato, si verifica quella che – nel linguaggio giuridico – si chiama inversione dell’onere probatorio: da questo momento in poi, tocca al datore di lavoro dimostrare di aver adottato tutte le misure necessarie per proteggere la salute del
proprio lavoratore.
In caso contrario, l’azienda è chiamata a rispondere del danno e a risarcire gli eredi
della vittima. Fatta questa dovuta premessa, ciò va ad evidenziare che i medici di famiglia non possono non avere un orario definito di lavoro, eppure ogni giorno lavorano,
tra studio, visite domiciliari, telefonate e lavoro di back office, oltre 12 ore.
Se l’Accordo Integrativo Regionale (AIR) della medicina generale campano, firmato da tutte le
organizzazioni sindacali di categoria, tranne il Sindacato Medici Italiani (SMI) dovesse essere
vagliato dalla Giunta Regionale, in Campania si andrebbe a declinare in maniera estrema e
peggiorativa l’Accordo Collettivo Nazionale (ACN) della medicina generale, che già di per sé viola una serie di normative, poiché non si possono imporre ore aggiuntive di lavoro a dei liberi professionisti a partita IVA, che non hanno le più basilari tutele, come il diritto alla malattia, permessi e ferie retribuiti peggiorativo ed estremo, che viola lo stesso ACN in alcuni capitoli, come dove verrebbe normata la cancellazione degli assistiti al medico, se dovesse
esercitare il suo diritto di cambiare Aggregazione Funzionale Territoriale (AFT)

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