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Ultima Generazione: Dopo tre giorni senza cibo, fermate a Roma le donne che denunciano il genocidio
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Dopo tre giorni di sciopero della fame, due attiviste di Ultima Generazione sono state fermate a Roma durante una manifestazione pacifica a sostegno della Palestina e contro il presunto genocidio a Gaza.
Roma, 22 settembre 2025 – Questa mattina intorno alle ore 10.30 Alina e Beatrice da sabato al terzo giorno di sciopero della fame sono tornate a Piazza Montecitorio davanti al Parlamento con i propri cartelli e la bandiera della Palestina per chiedere a) il riconoscimento del genocidio in corso dal Governo Meloni e b)protezione per le persone sulle Flotille. Nessun gesto eclatante, nessuna tensione, nessuna forzatura. Immediatamente sono intervenute le forze dell’ordine che le hanno fermate, spostandole, a differenza di altre persone che venivano lasciate passare tranquillamente. Dopo essersi sedute in terra per alcuni minuti sono state portate via di peso dai militari.
Un episodio che ha trasformato un momento pacifico e silenzioso in un atto repressivo: non è accaduto nulla, eppure è accaduto tutto. Ricordiamo che è il nostro Governo che è stato denunciato dalla Corte Penale Internazionale per complicità nel genocidio. Eppure, paradossalmente, sono proprio i cittadini che osano nominarlo a ritrovarsi allontanati e denunciati. È fondamentale comprendere la gravità di quanto accaduto: non possiamo considerare normale che il richiamo a doveri giuridici e morali comporti denunce per cittadini comuni, mentre il governo denunciato rimanga esente da responsabilità.
Alina dell’Aquila, madre di tre figlie ha dichiarato: “Siamo qui in maniera pacifica e nonviolenta e veniamo trattate in maniera repressiva, incuranti del fatto che sono tre giorni che non mangiamo. Non possiamo fare più finta di niente, non possiamo più continuare a commerciare in morte con Israele. Vi state ad occupare di noi e ci trattate come terroriste, mentre lo Stato di Israele sta sterminando un popolo. E il Governo Meloni è coinvolto, è complice di questo genocidio perché continua a mantere legami commerciali, dipolomaitci, militari e politici con il governo genocidia di Netanyahu!”
La terza scioperante Serena, 39 anni, educatrice e professionista sanitaria, sta invece partecipando in questo momento al corteo a Roma in adesione allo sciopero nazionale di oggi.
IL GOVERNO MELONI DEVE RICONOSCERE IL GENOCIDIO
Il genocidio in corso a Gaza è già stato riconosciuto da diversi organismi internazionali: la Commissione indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha pubblicato un’analisi legale di 72 pagine che definisce inequivocabilmente genocidaria la guerra condotta da Israele. Eppure il governo Meloni non ha ancora compiuto un atto formale di riconoscimento. Non è solo una mancanza di coraggio politico: è una scelta che implica complicità diretta. Perché è importante chiamarlo genocidio? Usare la parola genocidio non è retorica. È una categoria giuridica precisa che ha conseguenze enormi:
- Sul piano internazionale, la Convenzione ONU sul genocidio obbliga tutti gli Stati firmatari a prevenire il genocidio e a non esserne complici. La Corte Internazionale di Giustizia ha già riconosciuto un “rischio plausibile” di genocidio a Gaza, imponendo quindi obblighi anche all’Italia.
- Sul piano nazionale, la Legge italiana n. 962 del 1967 (“Punizione del crimine di genocidio”) recepisce questi principi nel nostro ordinamento: anche la complicità in genocidio è punita dal nostro codice penale.
LE ULTIME CONFERME DI COMPLICITÀ DI QUESTO GOVERNO
Il governo italiano non è un osservatore neutrale. La Camera ha appena rinnovato il memorandum di cooperazione militare con Israele, mentre i deputati di Fratelli d’Italia si sono astenuti e la Lega ha votato contro persino una risoluzione europea – già timidissima – di condanna. Arianna Meloni ha persino accusato la Flotilla di “strumentalizzare” il dolore di Gaza. In tutto questo, non riconoscere formalmente il genocidio equivale a mantenere e consolidare la complicità italiana: politica, economica e militare.
La Flotilla esiste proprio perché i nostri governi sono marci. Alina, Beatrice e Serena, con i loro corpi e il loro sacrificio, sono lì a ricordarcelo e non si fermeranno fino a quando il governo italiano non avrà riconosciuto il genocidio in Palestina, agendo di conseguenza, e fino a quando le persone italiane presenti sulle imbarcazioni non saranno tornate sane e salve. Ultima Generazione sosterrà tutte le persone che sceglieranno lo sciopero della fame come forma di resistenza nonviolenta e di pressione sul governo italiano.
BASTA SEPARARE IL BUSINESS DALLA POLITICA: BOICOTTIAMO
Siamo già 53.000 ad aver scelto questa forma di resistenza attiva, unendoci in una mobilitazione che va oltre gli aiuti umanitari – pur necessari – e mira a compiere un atto politico concreto contro il genocidio in corso. Il boicottaggio colpisce direttamente le aziende italiane che continuano a esportare in Israele, scegliendo il profitto invece di assumersi la responsabilità di non essere complici. Continuare a commerciare significa sostenere, anche indirettamente, un sistema di violenza e oppressione: ecco perché la complicità economica non può più essere tollerata.
L’obiettivo è duplice: incidere sugli interessi economici che alimentano l’occupazione e tentare di forzare il blocco navale imposto da Israele – dove a bordo delle barche ci sono anche persone di Ultima Generazione. Gli Stati europei restano legati a interessi militari ed energetici e non intervengono: spetta a noi cittadini agire, anche da casa propria, attraverso il boicottaggio. Come ricorda Francesca Albanese in Quando il mondo dorme: “Il sistema che reprime i Palestinesi è lo stesso a cui apparteniamo noi.” Questo passa attraverso i supermercati, che vendono prodotti coltivati su terre sottratte ai palestinesi, mentre in Italia comprimono i piccoli agricoltori, trasformando la spesa quotidiana in un lusso

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