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La Corte UE boccia l’Italia: stop ai “paesi sicuri” senza prove accessibili
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Sentenza storica: i giudici nazionali devono poter controllare la designazione dei paesi sicuri e l’Italia ha violato le regole sul Bangladesh
Bruxelles – Una sentenza storica della Corte di Giustizia dell’Unione Europea mette in discussione il protocollo Italia-Albania sui migranti e la stessa nozione di “paese di origine sicuro”.
Nelle cause riunite C-758/24 (Alace) e C-759/24 (Canpelli), la Corte ha stabilito che la designazione di un paese terzo come sicuro può avvenire anche tramite un atto legislativo nazionale, ma deve essere soggetta a un controllo giurisdizionale effettivo.
Il caso: Bangladesh e centri in Albania
Due cittadini del Bangladesh, soccorsi in mare e trasferiti in un centro di permanenza in Albania in base al protocollo Italia-Albania, avevano presentato domanda di protezione internazionale. La loro richiesta era stata respinta dalle autorità italiane con una procedura accelerata, motivando che il Bangladesh è considerato “sicuro” dal legislatore italiano a partire da ottobre 2024.
I ricorrenti hanno impugnato la decisione davanti al Tribunale di Roma, sostenendo che la legge italiana non indica le fonti di informazione utilizzate per la valutazione della sicurezza del paese. Ciò avrebbe impedito sia ai richiedenti che ai giudici di verificare la legittimità della designazione
La decisione della Corte di Giustizia UE
La Corte UE ha dato ragione ai ricorrenti, precisando che:
- Le fonti di informazione su cui si fonda la designazione devono essere accessibili e verificabili, per garantire un controllo giurisdizionale effettivo.
- Uno Stato membro non può designare come sicuro un paese che non garantisce protezione a tutta la popolazione, nemmeno con eccezioni non specificate.
- I giudici nazionali possono utilizzare informazioni supplementari, purché attendibili e condivise con le parti, per valutare la reale sicurezza di un paese.
- Fino al 12 giugno 2026, quando entrerà in vigore il nuovo regolamento europeo sull’asilo, gli Stati non possono includere nei loro elenchi paesi che non rispettino pienamente i criteri di sicurezza.
Implicazioni per l’Italia
La sentenza colpisce direttamente la politica migratoria italiana e il protocollo Italia-Albania, poiché rende più difficile respingere automaticamente le domande di protezione basandosi sulla presunzione di “paese sicuro”.
Il provvedimento della Corte non risolve la controversia nazionale – che resta in mano al Tribunale di Roma – ma stabilisce principi vincolanti per tutti i giudici europei in casi simili.
La risposta di Palazzo Chigi
Immediata la risposta di Palazzo che in una nota scrive: “Sorprende la decisione della Corte di Giustizia UE in merito ai Paesi sicuri di provenienza dei migranti illegali. Ancora una volta la giurisdizione, questa volta europea, rivendica spazi che non le competono, a fronte di responsabilità che sono politiche. La Corte di Giustizia Ue decide di consegnare a un qualsivoglia giudice nazionale la decisione non sui singoli casi, bensì sulla parte della politica migratoria relativa alla disciplina dei rimpatri e delle espulsioni degli irregolari. Così, ad esempio, per l’individuazione dei cosiddetti Paesi sicuri fa prevalere la decisione del giudice nazionale, fondata perfino su fonti private, rispetto agli esiti delle complesse istruttorie condotte dai ministeri interessati e valutate dal Parlamento sovrano”.
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