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Esteri

NATO, scontro tra Rutte e Sánchez: nessuna deroga sul 5% ma spunta il compromesso

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Scontro Rutte-Sánchez alla NATO: la Spagna è davvero esclusa dall’intesa sul 5%?

Alla vigilia del vertice NATO, il clima è tutt’altro che coeso. Se l’immagine ufficiale resta quella di un’Alleanza solida e compatta, dietro le quinte dominano dubbi, pressioni interne e tensioni diplomatiche. Al centro dello scontro c’è il target di spesa militare al 5% del PIL voluto da Donald Trump e rilanciato con forza dal nuovo segretario generale Mark Rutte. A mandare tutto in fibrillazione è stata la pubblicazione, da parte del premier spagnolo Pedro Sánchez, di una lettera in cui Rutte concede a Madrid una “flessibilità sovrana” nel raggiungimento degli obiettivi.

Rutte, però, nella conferenza stampa pre-vertice è stato netto: “La Spagna non ha deroghe. L’intesa è sul 5%”. Il messaggio è chiaro: l’Alleanza deve mostrarsi compatta davanti alle richieste americane, soprattutto ora che si prospetta un futuro di minore coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nelle spese comuni. Eppure, la verità si annida nei dettagli. Il compromesso trovato – definito con un elegante arabesco diplomatico – prevede che i “target di capacità” siano equiparati alla spesa effettiva, accettando così percorsi differenziati, come quello spagnolo, che punta a restare sotto il 5%.

Il problema? Questo schema apre pericolosamente la porta ad altri “casi Sánchez”. La Slovacchia di Robert Fico si è già accodata, rivendicando il diritto sovrano di decidere tempi e modalità dell’aumento delle spese. In un’Europa dove pochi paesi superano oggi il 2%, la prospettiva di una soglia più che raddoppiata appare politicamente e finanziariamente difficile. La soluzione di Rutte – 3,5% in spesa e 1,5% in capacità – sembra più una formula per salvare la faccia che un obiettivo realistico nel breve termine.

Rutte stesso ha ammesso che “si vedrà nel 2029”, data in cui è prevista una revisione generale. Fino ad allora, ci saranno rapporti annuali ma non vincolanti: un modo per monitorare senza costringere. Tuttavia, le prime crepe nell’immagine di coesione sono ormai evidenti.

A complicare lo scenario c’è anche la variabile iraniana. L’attacco statunitense in Medio Oriente, pur non previsto in agenda, pesa sul vertice: “Ne parleremo a margine”, ha detto Rutte, lasciando intendere la delicatezza del dossier. La posizione è chiara: l’Iran non dovrà mai ottenere l’arma nucleare. Ma anche qui le sfumature si moltiplicano, soprattutto alla luce delle assenze pesanti. Giappone, Corea del Sud e Australia – tre dei quattro partner asiatici invitati – hanno dato forfait all’ultimo minuto. Le ragioni ufficiali non ci sono. Tra le ipotesi: la crisi con Teheran, pressioni cinesi e – soprattutto – difficoltà ad accedere direttamente a Trump.

Il segnale è chiaro: sotto la superficie dell’unità occidentale si agitano nervi scoperti. E il vertice di Amsterdam, più che definire obiettivi comuni, rischia di trasformarsi nell’ennesima prova di sopravvivenza diplomatica dell’Alleanza Atlantica.

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