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Notte a Tangeri
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10 mesi fail

Atmosfera e suggestioni della città più intrigante e indulgente del Marocco.
Comodamente sprofondata su grandi cuscini colorati, finalmente mi godo il fresco africano, non scontato, della fine di un caldo giorno di metà giugno. Allo storico “Tingis” e all’affollato “Cafè Central”, ho preferito l’altezza e la discrezione della terrazza di un accogliente “Riad”.
La città mi circonda e penso che Tangeri è esattamente come un terrazzo dal doppio affaccio, con le spalle “bruciate” dal sole africano e lo sguardo proteso all’Europa, al di là del mare. Tangeri è il rendez-vous dei viaggiatori, un imperdibile appuntamento con questa parte di mondo: un incontro tra Mediterraneo e Atlantico, tra continenti diversi, tra anime “smarrite” che, perdendosi tra gli antichi vicoli della città dal “cielo riparatore”, si ritrovano. Tangeri ti attira, ti incanta, ti imbroglia il giusto e ti trattiene.

Quanti, arrivati come turisti, magari solo in transito per raggiungere le città imperiali del Marocco, poi hanno deciso di trattenersi più a lungo o, addirittura, per sempre. Già da quando, nel 1923, oltre un secolo fa, Tangeri fu dichiarata “zona internazionale”, ( il cui controllo era suddiviso tra Spagna, Francia, Gran Bretagna, Portogallo, Belgio, Stati Uniti e Italia), la città cominciò ad esercitare un grande potere attrattivo per diplomatici e spie, mercanti e contrabbandieri.
Una terra “di tutti e di nessuno”, in cui ognuno poteva professare la propria fede (tante le moschee, ma non mancano chiese e sinagoghe); una destinazione di viaggio, la cui innegabile bellezza e l’estrema tolleranza in ambito di costumi sessuali, consumo di alcol e stupefacenti, divenne irresistibile per scrittori, pittori, stilisti, cantanti famosi, architetti paesaggisti.
Sia con la penna che con i pennelli, tanti artisti famosi da Kerouak, Williams, Borroughs a Matisse e Delacroix, (gli “Orientalisti”, chiamati anche artisti viaggiatori) hanno contribuito con la loro arte a diffondere lo charme irrazionale di Tangeri che, tra splendore e decadenza, arriva intatto fino a noi.
Nonostante oggi le cose siano molto cambiate, Tangeri conserva ancora un’anima fatta di scambi, di viaggi e viaggiatori.

Dal suo porto, Ibn Baṭṭūṭa, grande esploratore marocchino, partì( e tornò più volte dal 1325 al 1354) in direzione della Mecca, compiendo diversi giri del mondo allora conosciuto, (dai paesi affacciati sul Mediterraneo fino all’India, passando perfino per Cagliari), per ampliare le sue conoscenze in ambito legale e geografico. E al suo porto, sono sbarcati i viaggiatori letterari, Port e sua moglie Kit (“Viaggiatori, non turisti!” come egli stesso ci tiene a precisare): la storia del vagabondaggio geografico ed emozionale attraverso l’Africa di una coppia americana in crisi, narrata tra le pagine del romanzo “The Sheltering Sky” dello scrittore americano Paul Bowles (di casa, al Cafè Tingis), resa immortale dal regista Bernardo Bertolucci nel film “Il Tè nel deserto”.

Tra i tanti viaggiatori di Tangeri, mi ritrovo anche io: in attesa del mio tè alla menta, ripercorro i luoghi della città, visti per la prima volta o rivisti con occhi nuovi.
Il recentissimo porto con tutta la zona residenziale intorno alla marina, ricca di ristoranti e locali alla moda, sono l’inizio del lunghissimo lungomare che comincia all’ombra della Medina, proprio davanti alla Grande Moschea e conduce alla Stazione Ferroviaria, capolinea del trasporto su ferro ad alta velocità in direzione Casablanca, mostrando un ordine ed un’efficienza dei servizi, tali da far sentire vicinissima la “moderna” Europa.

Invece, né la vista a picco sul blu dell’Atlantico e nemmeno il richiamo suggestivo di grandi personaggi che lo hanno frequentato nel suo periodo d’oro, come Churchill e i Rolling Stones, riesce a trattenermi sulle deludenti e malconce gradinate del “Hafa Cafè 1921” (da qui, si può solo fuggire, data la qualità discutibile del servizio e una condizione igienica inaccettabile); così come la malinconica vista della facciata sempre più decadente dell’iconico “Continental Hotel”e i lavori, ancora in corso, restituire al Teatro Cervantes l’originario splendore, mi riportano subito in Africa.

La “Ville Nouvelle” fa enormi passi avanti, mentre la Medina e la Kasbah cambiano quel tanto che basta per rimanere uguali. Tutti gli angoli della città sono pieni di “paresseux”, quei tipi pigri e fannulloni, uomini o
gatti, poco importa, a cui è stata persino dedicata la piazza-belvedere con i cannoni: all’innata indolenza di alcuni si contrappone però, l’incessante operosità degli artigiani che lavorano il legno, i tessuti, la ceramica.

Purtroppo, rispetto a qualche anno fa, la dilagante siccità che il Marocco sta affrontando ha costretto a misure straordinarie, come la razionalizzazione dell’acqua non fondamentale: le fontane disseminate tra piazze e vicoli sono silenziosamente aride, privando uccellini e passanti di un piacevole e zampillante refrigerio. Nonostante questo, le aiuole, i giardini moreschi come quello del Dar el Makhzen ( il Palazzo del Sultano, sulla sommità della kasbah) e gli angoli fioriti non perdono il loro carattere lussureggiante e meraviglioso che contribuiscono all’overdose di sensualità che Tangeri riesce sempre a scatenare.

Che si varchi la porta a sesto acuto del Grand Socco da “Place 09 Avril ‘47”, proseguendo in discesa, o, al contrario, dal Petit Socco in risalita verso la Kasbah, si verrà comunque investiti contemporaneamente dai profumi di menta e spezie e messi a dura prova dal tanfo quasi insopportabile del sistema fognario; il sole accecante, il vento fresco e il buio di alcuni passaggi dilateranno ora le arterie, ora le pupille, proprio come accade alla struttura urbana più antica della città, fatta di grandi piazze e anfratti strettissimi, di gradoni irregolari e salite dalla pendenza importante.

Sensi e muscoli sono così sollecitati da rendere mente e corpo, al calar della sera, facilmente arrendevoli alle lusinghe di interminabili sedute sulle terrazze di hotel e riad, e alla mia personale fantasia, svanita molto in fretta, di incrociare James Bond in uno dei suoi mitici inseguimenti, dato che anche l’agente 007 del cinema non è rimasto immune al fascino intrigante della città.

La notte è dolce a Tangeri e rende mite tutte le emozioni forti del giorno; o meglio, quasi tutte. Imboccando il mercato locale piuttosto che i souk per turisti, il divario enorme a cui ho assistito mi ha lasciato in bocca una sensazione di amaro che nessun golosissimo dessert marocchino, a base di miele e datteri, è riuscito a placare: il parallelo impossibile tra chi acquista primariamente cibo per sfamarsi (verdura, frutta, carne e pesce, spesso esposti sui banchi arrangiati o a terra, in semplici cesti o addirittura su vecchi stracci) e chi mercanteggia, al ribasso, l’acquisto di souvenir e paccottiglia, piuttosto che i prodotti dell’abilissima manualità artigiana locale.

L’essenziale e il superfluo, entrambi risultano fondamentali per questa gente, capace di dare comunque grandi lezioni di umanità: gli avanzi degli abbondanti banchetti della variegata gastronomia marocchina, ordinati e fotografati dai turisti, diventano i pasti degli ultimi che, di sera tardi, discretamente, attendono in disparte, la generosità dei ristoratori alla chiusura.
Intanto, il “canto” dei muezzin, il richiamo incrociato dai minareti delle varie moschee, annuncia un altro momento di preghiera, forse l’ultimo e io, persa tra le mie riflessioni, ho chiesto anche il conto. La Kasbah già dorme e anche la Medina, a breve, andrà a riposare. Arrivederci, Tangeri.

Domani, io partirò e qui, per te, ci saranno altri turisti di passaggio e altri viaggiatori in arrivo, da conquistare. Aveva ragione il vecchio detto arabo che recita: “Tangier, danger!” perché il rischio di innamorarsi di questa città, imperfetta e, a tratti illogica, è davvero altissimo e, quando ciò accade, il viaggio di ritorno, più che rientro, diventa l’impegno di una promessa di un nuovo, futuro arrivo.

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