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Turismo dell’orrore: psicologia e criminologia del dark tourism
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1 anno fail

Dark Tourism: Scopri cosa spinge le persone a visitarli, tra psicologia, media e criminologia, con esempi italiani noti
Il dark tourism è l’attrazione verso luoghi segnati da crimini e tragedie. Scopri cosa spinge le persone a visitarli, tra psicologia, media e criminologia, con esempi italiani noti.
Cos’è il dark tourism e perché ci affascina
Il dark tourism – letteralmente “turismo oscuro” – è quel fenomeno che porta le persone a visitare luoghi legati alla morte, al crimine o a eventi traumatici. Parliamo di case in cui sono avvenuti omicidi celebri, vecchie carceri, strade segnate da stragi, luoghi di mafia o disastri.
A prima vista può sembrare una forma di voyeurismo, ma la realtà è più complessa. Chi partecipa a questi “pellegrinaggi” non lo fa sempre per curiosità morbosa. Spesso è spinto da qualcosa di più profondo: il bisogno di comprendere, di confrontarsi con il lato oscuro della realtà, di elaborare collettivamente un evento traumatico.
Psicologia del turismo oscuro, tra paura e bisogno di senso
Cosa ci spinge davvero ad avvicinarci a ciò che ci spaventa? Una spiegazione arriva dalla psicologia. In particolare, la Terror Management Theory suggerisce che gli esseri umani, consapevoli della propria mortalità, cercano continuamente di dare un senso alla morte per non esserne schiacciati. Visitare luoghi della sofferenza diventa così una forma di confronto protetto con l’ignoto.
C’è poi un altro aspetto: la narrazione. Davanti a un crimine, il nostro cervello costruisce storie, cerca motivazioni, giudica. I luoghi reali diventano scenografie che aiutano a visualizzare queste storie, come se ci permettessero di “entrare dentro” ciò che abbiamo visto nei media. È un modo per sentirsi partecipi, per dare forma a un trauma collettivo.
E non è sempre un’esperienza leggera. Chi visita certi luoghi spesso racconta di sensazioni contrastanti: rispetto, inquietudine, empatia, talvolta anche senso di colpa. Non si tratta solo di vedere:,si tratta di sentire.
Il crimine come prodotto culturale
Anche la criminologia oggi guarda con attenzione al dark tourism. Il crimine non è solo un evento da analizzare, ma anche un fatto culturale. Entra nei racconti, nei simboli, nelle esperienze collettive. La visita ai luoghi del crimine diventa quindi un modo per “consumare” quella narrazione, per trasformarla in esperienza.
Secondo diversi studiosi, come Yvonne Jewkes, viviamo in una cultura dove la devianza è spettacolarizzata. Il crimine diventa contenuto: podcast, serie TV, articoli, video. E quando la narrazione è forte, porta con sé un bisogno concreto di vicinanza. È allora che nasce il turismo oscuro.
Interessante anche la rilettura della teoria delle routine quotidiane in questo contesto. Visitare luoghi del dolore rompe con la normalità, ci porta fuori dalla routine e ci fa vivere qualcosa di straordinario, anche se inquietante. È una forma di trasgressione socialmente accettata.
Il ruolo dei media nella costruzione dell’immaginario criminale
Oggi il crimine è ovunque: nei notiziari, nei documentari, nei social, nei podcast. I media non si limitano a raccontare i fatti, ma li costruiscono come narrazioni. E spesso, quel racconto diventa così potente da spingere le persone a voler vedere con i propri occhi.
È grazie ai media che un luogo qualsiasi può diventare meta, la casa del delitto, il vicolo della sparatoria, la strada della fuga. Più forte è la narrazione, più cresce il desiderio di viverla, anche solo camminando in quei luoghi. Ma c’è un rischio: quello della spettacolarizzazione. Quando il dolore altrui diventa contenuto, è facile scivolare nella superficialità. Il confine tra memoria e intrattenimento è sottile. Sta a chi racconta – e a chi visita – decidere da che parte stare.
Casi italiani noti nel dark tourism
Anche in Italia esistono luoghi che attirano l’attenzione per la loro storia criminale. Alcuni esempi sono diventati quasi iconici.
Il caso di Cogne, con la villetta teatro dell’omicidio del piccolo Samuele, ha attirato visitatori nonostante il tentativo della comunità locale di rimuovere quell’ombra. A Erba, la casa della strage del 2006 è ancora oggi meta di curiosi, così come lo sono i luoghi legati al mostro di Firenze, dispersi tra le colline toscane.
A Roma, la casa di via Poma, dove fu uccisa Simonetta Cesaroni, è parte dei “tour noir” della capitale. Non sono solo luoghi, ma narrazioni incarnate nella geografia. E ogni visita diventa una forma di partecipazione, più o meno consapevole, a quei racconti.
Cosa cerchiamo nei luoghi del dolore?
Il dark tourism ci obbliga a guardare in faccia le nostre contraddizioni. Vogliamo capire il male, ma senza esserne troppo coinvolti. Vogliamo sentire, ma con una certa distanza. Non sempre sappiamo cosa cerchiamo, ma sappiamo che ci riguarda.
Forse, in fondo, è una forma di rituale moderno. Una visita ai luoghi del dolore può diventare un atto di memoria, un tentativo di empatia, una ricerca di senso. Ma solo se ci andiamo con consapevolezza. Altrimenti rischia di ridursi a uno scatto, a un racconto da condividere, a un consumo rapido dell’orrore.
Riconoscere questa ambivalenza è il primo passo per vivere questi luoghi con rispetto, senza dimenticare che dietro ogni crimine raccontato, dietro ogni porta chiusa, c’è una vita spezzata.
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