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Umberto Nobile e l’agghiacciante conquista del Polo Nord
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Tra decolli e schianto, il racconto dei viaggi del generale italiano, a 140 anni dalla sua nascita
Viaggiare è una naturale propensione dell’essere umano. Tutte le epoche hanno testimonianza degli spostamenti che l’uomo ha effettuato per allargare il perimetro della realtà quotidiana e andare alla scoperta dell’ignoto, oltre i suoi consueti confini.
Se oggi è possibile viaggiare ovunque e raggiungere, più o meno agevolmente, qualsiasi luogo del mondo, lo si deve proprio a questa vocazione primordiale che si è concretizzata nei grandi viaggi di scoperta, succedutisi nei secoli. Se i nomi di Marco Polo, Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci, Vasco Da Gama, Ferdinando Magellano, James Cook sono più o meno noti a tutti, per aver scoperto nuovi continenti, disegnato rotte, mappato e raccontato territori che diventavano, via via, parte del mondo conosciuto, non tutti conoscono o ricordano l’impresa del Generale Umberto Nobile.
Nato a Lauro, in provincia di Avellino, il 21 gennaio del 1885, fu professore di Costruzioni Aeronautiche alla “Federico II” di Napoli, direttore dello stabilimento di costruzioni aeronautiche a Roma e Generale di Divisione Aerea (tra l’altro anche inventore del paracadute e promotore della costruzione del primo aereo metallico in Italia), anche se è conosciuto soprattutto per le cronache delle sue spedizioni artiche, eroiche e tragiche allo stesso tempo.
La sua città natale gli ha dedicato un piccolo museo, (illustrato dal suo curatore, il Professore Antonio Ventre), in cui è possibile ripercorrere le tappe della sua vita e delle sue imprese, attraverso la collezione di reperti originali, tra cui i progetti dei dirigibili, i diari, la strumentazione e l’equipaggiamento di bordo ( tra cui non mancava mai una macchinetta per il caffè!).
A lui si rivolse l’esploratore norvegese Roald Amundsen, già pioniere delle prime ricognizioni in Antartide, per coordinare la fattibilità pratica della sua prossima esplorazione polare: dalla programmazione dell’itinerario, alla progettazione dell’aeronave, passando per la realizzazione dei “piloni” di sosta per le tappe intermedie del trasferimento del dirigibile, dall’Italia alle isole Spitzbergen in Norvegia. Il 12 maggio 1926 Amundsen, capo della spedizione, insieme all’americano Ellsworth, finanziatore dell’impresa, riuscì a “solamente” a sorvolare dall’alto il Polo Nord a bordo del dirigibile italiano “Norge”, progettato e comandato da Umberto Nobile.

Il sogno di ormeggiare a Polo Nord aveva già conquistato la mente del Generale. Nel 1928, con l’obiettivo di effettuare sperimentazioni di rilevanza scientifica, tentò di nuovo di sbarcare sul ghiaccio del suolo artico, ma come ricordano le cronache dei tempi, l’impresa si trasformò in tragedia.
Un incidente, forse causato da un’imprevedibile fuoriuscita di idrogeno o dalla formazione di ghiaccio a bordo, insieme a condizioni meteo particolarmente avverse, separò letteralmente la cabina di pilotaggio dall’aerostato. Quest’ultimo volò letteralmente via, trascinandosi alcuni partecipanti alla spedizione dei quali non si seppe più nulla, mentre la cabina precipitò sui ghiacci polari.
Nobile ( con la sua inseparabile cagnetta Titina, mascotte dell’impresa) e gli altri otto supersiti dell’equipaggio, (formato da sei italiani, un ceco e uno svedese) si ingegnarono nel costruire un rifugio, recuperando i pochi elementi dell’attrezzatura, precipitata con loro: in attesa dei soccorsi, si adoperarono a striare di rosso l’unica tenda a loro disposizione, con una sorta di colorante che veniva utilizzato a bordo per le rilevazioni dell’altimetria.
Era il 25 maggio e, da quel giorno, si racconta della tragica storia della “Tenda Rossa” ( l’originale conservata presso il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica di Milano, mentre una copia dall’originale è visibile a Lauro).

Tra i successivi tentativi dei contatti radio, la disperata marcia sui ghiacci di tre uomini dell’equipaggio, la prova eroica e mortale della trasvolata di Amundsen, (che sparì raggelando le generali speranze di ritrovare Nobile, da sempre suo alleato e suo contendente) fu infine grazie ad un radioamatore russo che, riuscendo a captare il segnale radio, si poterono finalmente direzionare con precisione i soccorsi.
Prima l’idrovolante del comandante Maddalena lanciò rifornimenti ai superstiti. In seguito, lo svedese Lundborg riuscì ad atterrare, costringendo Nobile alla scelta di accettare di essere portato in salvo per primo, al fine di coordinare, dalla base di King’s Bay alle isole Svalbard, le operazioni di salvataggio del resto dell’equipaggio, (che avverrà il 12 luglio grazie all’arrivo della nave rompighiacci sovietica Krassin).
La regola universale che vede “il comandante come l’ultimo ad abbandonare la nave”, seppur sotto costrizione, non fu osservata.
Questo fatto, insieme alle operazioni compiute a bordo, furono oggetto di indagini militari per verificare le effettive responsabilità del generale, lasciando un alone opaco che accompagnerà a lungo la figura del controverso esploratore; a ciò si aggiunse che l’esito disastroso di una spedizione pioniera non era stato per nulla valevole a supportare la propaganda politica della una nazione italiana di quel periodo storico.
I contrasti politici portarono il Generale Nobile alle dimissioni e a trasferirsi per lungo tempo negli Stati Uniti e in Unione Sovietica, dove la sua indiscutibile preparazione gli consentì di prolungare il suo lavoro nell’ambito dell’ingegneria. Ritornato prima a Napoli e poi a Roma, ottenne una sorta di riabilitazione morale: fu tra i membri dell’Assemblea Costituente dal 1946 al 1948 e fu coautore dell’Art. 9 della Costituzione Italiana che “promuove lo sviluppo della cultura, la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la diversità e gli ecosistemi.”
Dal verde della natia Irpinia, passando dal bianco del ghiaccio artico, fino al rosso sangue di quella tenda-rifugio, sul viaggio della vita di Umberto Nobile ondeggia ccomunque il tricolore: l’Italia era la sua patria, alla quale aveva dato un importante contributo, ma “Italia” era stata anche la sua aeronave, quel dirigibile “più leggero dell’aria” che, nell’estate del 1928, tenne il mondo col fiato sospeso.
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