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L’imbroglio di Marsiglia
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Atmosfera e luoghi di una città che vive di mare, di partenze e di arrivi
Marsiglia, porto di mare. Una definizione semplice, immediata, che racchiude, senza svelare, quanto sia complessa la sua identità. Proprio come le matasse di reti, tra fili, nodi e ami, che ai pescatori, dopo ogni battuta, tocca sbrogliare. Città dura e accogliente: sfrontata e sfruttata; spavalda e temibile. In essa racchiude la gioia e la nostalgia, le speranze e le lacrime di chi arriva e di chi parte. Per questo, forse, Marsiglia è una città che assomiglia, ma non è uguale ad altre: “disegnata” ad immagine speculare di tante “sorelle” affacciate sulle acque deformanti del Mediterraneo, pur parlando una sola lingua, comprende tutte le anime del mondo.
Aggrappata alle colline e alle scogliere dei Calanchi e protesa verso il mare, da sempre, punto di partenza per marinai e mercanti, aperta a nuovi e continui arrivi di crocieristi ed emigranti. Spazzata, un giorno su tre, dal Maestrale, vento possente che ammalia le vele di ogni marinaio e spazza via le strade di ogni cittadino.

Quello stesso vento di Mistral che avvolge l’impavida statua della Bonne Mère, la Madonna posta di vedetta sulla Cattedrale di Notre- Dame- de- la- Garde, sulla collina che domina la città. Importante luogo di pellegrinaggio e devozione,la basilica racchiude e conserva nei suoi ricchi interni in stile gotico – bizantino, la presenza di ex-voto, (come modellini di barche) che raccontano, senza parlare, storie di scampato pericolo: anche per questo, forse, le due chiese che la compongono si uniscono in una struttura esterna che appare come un forte della fede, con tanto di ponte levatoio e catene.

Catene che calano le ancore o che mollano gli ormeggi. Il suo porto è la piazza di mare dell’eterno ritorno: di barche, di vele, di pescatori, di diportisti, di turisti, di ormeggiatori, ladruncoli e borseggiatori. Di donne, uomini e bambini di tutte le razze e di tutti i colori. Una città forte delle sue sfumature, in cui ogni cultura arrivata da lontano ha contribuito alla sua unicità.

Stretto tra i due forti (St. Nicholas e St. Jean), le Vieux Port, punto di fuga e approdo salvifico, è circondato da negozi che vendono qualsiasi mercanzia: souvenir, escursioni, ricambi di marineria e dai vecchi ristorantini di pesce con i tavolini che intasano gli umidi portici, sotto i quali centinaia di persone sono passate e altrettante storie, lì, sono rimaste. Storie di arrivi e di partenze, di incontri e di scontri, di amicizie eterne e “amori” effimeri e passeggeri, ancor più di quelli che si consumano a bordo delle imbarcazioni.
O di storie che ritornano, temi universali quali tradimento e ingiustizia. Come nel romanzo di Dumas “Il Conte di Montecristo”, più volte soggetto di ispirazione per il cinema e serie tv, la cui trama racconta prima dell’evasione del protagonista Edmond Dantès dal penitenziario sull’isola di If, a largo della costa marsigliese, e poi, del suo complesso e affascinante piano di vendetta. Come per il “Pharaon” del romanzo, uno degli ordini impartiti all’attracco diventa anche un imperativo per chiunque arrivi a Marsiglia. “Ammainare e imbrogliare al completo!” Abbassare e fissare le vele, fermare la navigazione.
Nonostante il suo mare, la città ti tiene con i piedi per terra e ti costringe a camminare. Ti invita a passeggiare lungo la Canebière, il chilometrico viale commerciale del centro storico, che un tempo attraversava le coltivazioni di canapa, indispensabile per la produzione del cordame nautico.

Ti imbonisce ad esplorare il dedalo imbrogliato del Panier, ex labirinto malfamato, sede di tutti i vizi possibili, oggi invece, coloratissimo cuore multietnico, fatto di botteghe artigiane e piccoli atelier d’arte, allegro, disordinato, con la musica che viene dalle finestre, sempre ad alto volume, mai in sincronica armonia.

Ti intima di avanzare, con passo marziale scandito dal garrito dei gabbiani, lungo i bastioni dei suoi forti, lungo il perimetro intagliato del MUCEM, polo museale dedicato alle differenti civiltà del Mediterraneo e opera d’arte esso stesso, fino a raggiungere la sagoma inconfondibile della Cattedrale de la Mayor, che nell’utilizzo di materiali pregiati di varia provenienza e per la compresenza di cupole e campanili, è la sintesi perfetta di quanto la diversità sia ricchezza, sempre.
Marsiglia, però, ti tiene anche per la gola: ti incanta con i tradizionali sapori del Mediterraneo e ti seduce con sapori esotici di luoghi lontani, dai kebab speziati, alle zuppe di pesce, dalla panisse di ceci e tapenade di olive che profumano di terra, all’aroma dell’anice del Pastis.

Attenzione, però! Marsiglia è una città esagerata, dove tutto passa da un estremo all’altro, senza mai trovare il virtuoso calibro della misura: come le sue fragranze mutano, senza preavviso, in fastidiose esalazioni, così che i suoi pregi si trasformano in difetti. Occorre non essere così sprovveduti da lasciare che la sua malia distolga i sensi da un congruo stato di allerta.
L’eco non lontana del suo lato oscuro rimane, infatti,il suo nodo imbrogliato, troppo complesso da districare. L’essere (co)protagonista di traffici illeciti del Mediterraneo nella realtà è stata traslata anche nella finzione: dai gangster anni’30 di “Borsalino” con Alain Delon, alle velocità folli del “Taxxi” dal motore alterato di Luc Besson, fino alle dinamiche della corruzione dell’ amministrazione di Gerard Dépardieu, sindaco della “Marseille” della serie tv.

La sua consolidata reputazione di città sul confine del mare e della legalità è una macchia difficile da tirar via, persino con attraverso un metaforico utilizzo dell’efficacissimo e tradizionale sapone di Marsiglia. Per fortuna, per un gravoso onere, in compenso, il più grande tra gli onori.
Dal suo Vieux Port sono partiti non solo mercenari, ma anche crociati e patrioti ed è proprio al canto dei volontari delle truppe, che nel 1792 parteciparono alle battaglie per liberare Parigi dalla monarchia, che si deve l’orgoglioso inno nazionale che identifica e unisce tutti i cittadini francesi, ovunque si trovino nel mondo.

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