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“Regno nero” opera d’esordio di Debora Mele
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2 anni fail

Con l’esordio “Regno nero – Dal sorgere dell’alba al calore del tramonto” Debora Mele narra della violenza di genere e la forza di ricominciare
Sono 128 le pagine della intima e sofferta biografia di Debora Mele, “Regno nero – Dal sorgere dell’alba al calore del tramonto”, pubblicata dal Gruppo Albatros. Una storia in cui, ogni parola, ogni racconto, hanno il peso dei macigni poiché il lettore sa fin da subito che si troverà davanti a fatti realmente accaduti e che tutto ciò che leggerà non è frutto dell’immaginazione quanto piuttosto il tentativo di un riscatto, la possibilità di servirsi della scrittura come uno strumento attraverso cui guardarsi dentro.
Protagonista assoluta dell’opera è Debora, personaggio che noi conosciamo fin dalla sua giovinezza. È emblematico il titolo del capito attraverso cui la storia viene introdotta al lettore, “Decido”, che ben riassume il movimento – sia interiore che esteriore – che darà il via al romanzo.
Debora, diciott’anni e un passato di emarginazione e totale incomprensione, decide di abbandonare il conosciuto per raggiungere l’ignoto: poiché quando il passato è solo il tempio di dolore e sofferenze, tutto appare come un’opportunità, anche ciò che non si conosce.
In seguito a svariati tentativi di fuga malriusciti, Debora lascia la Sardegna per recarsi a Roma dove verrà accolta da quella che la scrittrice considera a tutti gli effetti una seconda madre e che nominerà Vita. Perché da lei apprenderà un altro modo di vivere, più libero, mediato da un rapporto con la religione più reale – e che mette al centro di tutto il rispetto degli altri e delle prospettive altrui.
È tuttavia necessario dover subito avvertire i lettori che il romanzo di Debora Mele non è un romanzo sul dolore. È un romanzo in cui il dolore rappresenta solo il punto di partenza: certo, il ricordo di ciò che Debora ha dovuto passare durante la sua infanzia non potrà che impossessarsi dell’opera fino all’ultima riga – eppure, superate le prime cinquanta pagine, si capisce subito che ciò di cui si parlerà sarà soprattutto la speranza, il modo in cui la vita continua anche quando si pensa di essere arrivati davanti a un punto margine, quello in cui si perde fiducia nel mondo e nelle persone.
In particolare, emerge chiaramente un raffronto tra la prima e la seconda vita della protagonista: inizialmente è circondata da persone che frequentano la comunità, non ha amici – a parte l’unica ragazza che poi perderà a causa paterna – e i sentimenti predominanti sono l’insicurezza, lo smarrimento, il dolore, mentre la scuola è solo un modo per tenerla impegnata, e si fa presto ad accusarla che persino i suoi problemi di salute siano solo un tentativo di saltare la scuola e gli studi. Ma subito dopo, la vita di Debora diventa un festival di voci e persone, dove ognuno può sentirsi accolto e compreso.
Al suo esordio letterario, Debora Mele dimostra ai lettori di sapersi destreggiare con caparbietà in una trama fitta e intricata, attraverso uno stile asciutto ma poetico, dove tutto diviene metafora di ciò che non è raccontato.
Pochi sono i dialoghi presenti, così come le descrizioni dei luoghi – a interessare la scrittura di Mele sono specialmente le persone, le loro storie, i passi che le hanno condotte fino al momento in cui la protagonista le incontra: ogni parola scritta da Mele è funzionale, ma soprattutto vera, e questo probabilmente è il vero punto di forza del romanzo perché crea immediatamente quel legame empatico tra chi legge e ciò che si legge che non lascia scampo al lettore.
Voltando l’ultima pagina, ciò che resta è un incommensurabile senso di impotenza davanti ai fatti raccontati – ma appena dopo, quando i pensieri si mettono in moto, a quel senso di impotenza non può che seguire la consapevolezza che la protagonista ce l’ha fatta… se non altro per il romanzo necessario che è riuscita a ricavare da tanto dolore e desolazione.
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