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“I Randagi”, le anime perse al guinzaglio di Carmine Ferraro

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“I Randagi” è il titolo di una raccolta di racconti antologicamente imbrigliati dal filo rosso della narrazione

Lo sgabello in copertina – come se chi racconta voglia mettere in mostra i propri panni sporchi, o i ghigni, o le cicatrici – sembra la spoglia scenografia per uno spettacolo di standup comedy.

Ma l’atmosfera di El Paso, una sorta di peggiore bar di Caracas, ma che potrebbe essere una qualsiasi bettola tra Chiaiano e Parete, o un purgatorio che lascia espiare a metà, e dentro cui le vite s’ingarbugliano, cioè si complicano, cioè (anche) si intrecciano, suscita tutt’altro che il comico.

Un nugolo di mosche va e viene; va perché ci sono io e mi temono, viene perché non riescono a fare a meno del cadavere, del suo sangue secco, delle fauci aperte e rigide, del pelo sporco e macchiato, di quell’occhio vitreo che guarda oltre i vivi.

pagina 16

Un’antologia di Spoon River in prosa, dove i morti sono ancora mezzi vivi, o redivi, morti parlanti ancora in grado, seppure a fatica, di portare a spasso le loro storie e i rispettivi fili narrativi che, inevitabilmente, s’impigliano a lenzuoli fantasmagorici.

I Randagi (Scatole Parlanti, 2021 ) di Carmine Ferraro sono anime perse e sperdute, nemmeno tanto convinte di volersi far salvare, allevate a coccole ed assenze, a pennacchi di «ricordi […] bucati, confesso, difettosi forse» ma che, continuando la metafora canide, messe insieme nel recinto del libro, cercano solidarietà, o qualche mal comune mezzo gaudio.

La scrittura di Ferraro fa su e giù dentro le voci che si spezzano, si moltiplicano e s’incollano al destino dei personaggi che sembrano tornare a brancolare nel buio, fuori dal El Paso, lontano dagli sgabelli, dove la luce non arriva ad accarezzare gli ultimi.

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