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Entertainment

“Cruella”, la cattiva non tanto cattiva di Craig Gillespie

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Arriva in sala, “Cruella”, interpretata da una fantastica Emma Stone

C’è una lunga stagione cinematografica, cui sta contribuendo anche la Disney da Maleficent a Cruella, che cerca di raccontare il precedente di certi cattivi.

I film più recenti cercano di togliere finalmente le certezze ataviche, e in fin dei conti piuttosto ingenue, di un realtà manichea del mondo: buoni v.s. cattivi.

La storia umana è più complessa.

In letteratura è più evidente da Balzac in poi, ma potremmo anche portare ad esempio il dialogo compassato, pieno di pietà e compassione tra Don Abbondio e il cardinale Borromeo.

Nel cinema, quasi da subito, certi disturbi infantili o psichiatrici sono stati messi in bella mostra come causa degenerativa dell’uomo: si pensi a Psycho (1960) di Hichcock, giusto per fare un esempio; ma negli ultimi dieci anni, non solo vediamo una propositiva ribalta del villano, personaggio non più bidimensionale, ma perfettamente tondizzato con tutte le sue piegature esistenziali, ma addirittura un recupero di quei personaggi storicamente rinchiusi nella gabbia di un ruolo.

Vale la massima di Troisi: «Giuda avrà avuto i suoi motivi per tradire Gesù».

Al di fuori di ogni retorica morale o teologica, quel che sembra chiaro è che i cattivi non sono cattivi per costruzione, semmai per una pre-costruzione.

E allora vale la pena conoscere il vissuto, il prima.

Da Joker a Cruella, è come se la produzione cinematografica recente stia andando alla ricerca delle chiavi di lettura per liberare i personaggi cattivi dalle loro gabbie.

E in Cruella vediamo come tutta la struttura fiaba si vada scatenando davanti ai nostri occhi.

Estella-Cruella è una bambina vispa, buona ma irrispettosa delle regole.

Irrequietezza che pagherà a caro prezzo.

Infatti, in linea con le fiabe antiche, dove i bambini cattivi vengono puniti con la morte (nella versione originale di Cappuccetto Rosso di Perrault, ad esempio, la bimba muore), anche Estella si trova a perdere qualcosa; ma a differenza di certi exemplum minacciosi, la protagonista si ritroverà a dover fare i conti col senso di colpa, a ripercorrere i confini della sua gabbia, ad andare alla ricerca di una via di uscita.

Cattivo deriva dal latino, captivus, cioè prigioniero: si è cattivi per costrizione, non per nascita.

La bambina ha talento nel disegno, nell’arte, nella rappresentazione estetica dell’individuo, anche come riscatto sociale.

Quasi come se fosse lei la prima a ridisegnare ciò che dentro può apparire marcio.

Suggestivamente, i capelli di Estella crescono per metà bianchi, come se già in testa portasse l’espressione cromatica di una lotta tra bene e male non più esprimibile in termini elementari.

Non è lei a tingerli in questo modo, è proprio come se fosse finito l’inchiostro per poterla definire a tinta unita.

E in un’ascesa sociale nel mondo dell’arte Estella arriva a lavorare per la Baronessa, spregiudicata stilista londinese, espressione di un tipo di cattività portato agli eccessi.

Sembra di rivedere il Diavolo veste Prada ma, a differenza del film di David Frankel, è la Baronessa a polarizzare la storia, a permetterci di simpatizzare con Estella e accettare la suo decisiva e trionfante metamorfosi in Cruella.

Siamo con lei come siamo sulle automobili sfasciate e in fiamme, di fianco a Joker.

È la ribellione alla gabbia, al mondo della performance senza imperfezione.

Il personaggio è libero, introietta la polarizzazione del mondo e diventa finalmente personaggio, non precisamente incastrato in una forma.

Tant’è che, dopo una incredibile sovrapposizione d’animo tra lei e la Baronessa – fino ad una agnizione per nulla imprevedibile ma ancora una volta in linea con le grandi fiabe da Plauto in poi – è Cruella che decide che tipo di cattivo vuole essere.

«Alla gente serve il nemico cui credere».

Cruella

Si noti cosa scrive Chuck Palahniukin Cavie:
Ciò che conta è che la gente ha bisogno di un mostro in cui credere. Un nemico vero e orribile. Un demone in contrasto con il quale definire la propria identità. Altrimenti siamo soltanto noi contro noi stessi.”

E sembra davvero che Cruella, ormai in cattività, stia diventando totalmente cattiva, prendendo la piega elicoidale di un destino geneticamente prestabilito.

Storciamo il naso all’idea che abbia potuto realizzare un cappotto con la pelle dei dalmata o che possa realmente uccidere la Baronessa.

Ma Emma Stone-Cruella si ferma al bivio, guarda la famiglia che intanto ha messo su, capisce da dove deve ripartire, saluta tutti, e nell’estremo ti voglio bene, ci impone a vederla con occhi nuovi.

Cruella è sì, De Vil, la vile (devil come diavolo), ma ben vestita e con la sua chiave – quella di cui abbiamo parlato a inizio recensione – che permetterà a lei di ri-leggere tutta la sua storia e a noi di uscire dal Cinema felici come i bambini.

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