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Virgin River, un serie in cui dentro ce ne sono mille
Pubblicato
5 anni fail

La seconda stagione di Virgin River, serie originale Netflix, conferma le impressioni della prima stagione
Virgin River rientra a pieno titolo in quella serie di testi che diventano «mosaico di citazioni […] assorbimento e trasformazione di un altro testo» [1] in cui, a giocare a cercare cosa resta della fonte e cosa ha composto il collage, si rischia di fare notte.
Basti pensare al modo con cui miti, leggende e novelle, fiabe e romanzi – storici o di formazione – sono stati letteralmente depredati nei secula seculorum, ma anche a certe serialità più recenti, rimesse a lucido con strutture proppiane inopinatamente intramate ad argomenti più attuali.
Non si pensa solo a casi celebri come La Gatta Cenerentola di Basile o a tutte quelle riscritture disneyane che hanno levigato al punto da creare opere ben distanti dall’originale, ma anche a quelle serie Tv in cui sono protagonisti famiglie e amici che, da Happy Days fino a The Big Bang Theory, vedono rapporti parentali con Friends, How I Met Your Mother, O.C., Dawson’s Creek, I Robinsons, Il principe di Bel-Air, ecc.
Ognuna con la propria identità che tiene conto delle tradizioni che ha alle spalle.
In Virgin Radio, la storia di Melinda Monroe, che si trasferisce come infermiera in una sperduta città in California, per ricominciare e lasciarsi alle spalle la morte del marito, è così reiterata che è anche semplice immaginare finisca per innamorarsi di Jack, un barman rude, ex marines, con tutta una serie di traumi post bellici, ma capace di farla di nuovo sorridere.
E chi in lui non ci vede qualcosa di Luke Danes, gestore della tavola calda di Gilmore Girls (Una mamma per amica), mente sapendo di mentire.
Così come il fatto che un certo perbenismo blando – nel 2020 non più reiteratile, ma comunque resistente, tipico delle piccole comunità americane, continuamente messo in crisi da giovani sulla soglia di esplosioni puberali – faccia canticchiare “Seven Heaven When, I see their happy faces smilin’ back at me, fino all’inciso “Where can you go when the world don’t treat you right?”, è cosa spontanea per chi vi scrive.
Il processo di riscrittura di ogni tipo di narrazione, letteraria così come quella filmica, implica sempre perdite, adattamenti e ricreazioni, così una storia d’amore resa complicata da passati oscuri si interlaccia con trame secondarie dai contorni più ottimisti.
Basta cambiare nomi dei personaggi, metterci quei due tre elementi che storicizzano e rendono attuale la trama ed ecco che il racconto necessita solo di bravi attori.
Virgin River, in conclusione, si lascia guardare, senza grosse pretese, come una volta certe soap opere del primo pomeriggio, mentre iniziavi a prendere lo zainetto per fare i compiti e tua madre si decideva di prendere i panni del bucato per stirarli.
[1] J. Kristeva, Semeiotiké. Ricerche per una semanalisi, trad. di P. Ricci, Feltrinelli, Milano 1978, p. 121.

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