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“How to Get Away with Murder” ovvero le regole del giallo perfetto

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Regina assoluta di “How to Get Away with Murder” è Viola Davis, causa e risoluzione di ogni episodio

“How to Get Away with Murder” o “Le regole del delitto perfetto” – com’è tradotto in italiano – insegna che dal passato non si scappa.

E ritorna, in mezzo a ogni lotta per nascondere i sensi di colpa, tradendoti alle spalle.

Ed è un’ironia della sorte se partiamo dal presupposto che lo scopo del corso universitario tenuto dalla protagonista, Annalisa Keating, è proprio l’occultamento di ogni tipo di colpa.

Nella matassa incolore della vita «scorre – per citare Conan Doyle, l’inventore di Sherlock Holmes – il filo rosso del delitto»; e nel tentativo di nasconderlo, di imbrogliarlo in mezzo ad altri garbugli esistenziali, riemerge tra le dita, nell’isolamento di una vita condotta ai bordi della follia.

Annalisa Keating, avvocato e professoressa universitaria, è il personaggio intorno cui gravitano tutti i delitti, pur non essendosi mai sporcata le mani, né direttamente, né indirettamente.

Cerca in tutti i modi di coprirli, di proteggere quella famiglia di studenti di cui si è circondata e alla quale, tra tentativi ambigui di sopprimere ogni sorta di sentimento, finisce per restare legata fino alla fine.

“Tutte le famiglie felici sono simili, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo

Anna Karenina – Lev Tolstòj

«La tua stessa colpa ti farà scoprire», dice la rigida e puritana signorina Brent, in Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie.

E anche a in “How to Get Away with Murder”, i legami invisibili nati tra i protagonisti nella cruenta condivisione di un’esperienza, invece di contribuire a rendere le colpe ingarbugliate e irriconoscibili, finisce per renderle ancora più evidenti.

«A dispetto del recente e momentaneo desiderio di una qualsiasi forma di contatto con gli altri uomini, alla prima parola rivolta direttamente a lui all’improvviso avvertì il solito, spiacevole e irascibile, sentimento di repulsione nei confronti di qualsiasi individuo estraneo che lo sfiorasse o che anche solo tentasse di farlo»

FEDOR DOESTOEVSKY – DELITTO E CASTIGO

E come con Raskòl’nikov, in ogni episodio c’è il rischio costante che l’FBI scopra tutto per il crollo emotivo di qualcuno dei personaggi, nella confessione-quasi-reazione del corpo.

E lo spettatore, ormai immedesimato, testimone e colpevole per aver partecipato all’occultamento di cadaveri e prove, viene confuso, allontanato dalla verità.

Attraverso colpi di scena, decomposizioni costanti dell’intreccio narrativo, con continue anticipazioni di lembi di verità, la allontanano, confondendola.

Gli sceneggiatori sfruttano ogni possibilità di effetti di prolessi e analessi per imbrogliare costantemente lo spettatore, così come Annalisa Keating e i suoi collaboratori occultano e scompaginano gli indizi agli investigatori.

La verità è «un segreto che il morente porta con sé», scrive Kierkegaard.

Ma se il corpo, come scrive Merleu-Ponty, «può essere ridotto a oggetto sotto lo sguardo dell’altro[…]», in “How to Get Away with Murder”, dove ogni corpo è alla mercé del legame istaurato con violenza fisica con l’altro, «nessuno è salvo e nessuno è perduto completamente» ( Fenomenologia della percezione, Il Saggiatore, Milano 1972, pp. 234).

E allora Annalisa Keating, così come lo spettatore, scopre che nella salvezza c’è la dannazione e, soltanto sfilandosi la maschera-parrucca che indossa per tutte le sei stagioni, tranne di notte, tranne al buio, tranne nell’intimità dei suoi scheletri, scopre il vero senso di libertà.

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