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«The Queen’s Gambit», regina in un mondo governato da uomini

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Gesù cristo sono io
Tutte le volte che mi hai messo in croce
Tutte le volte che sei la regina
E sulla testa solo tante spine

Levante – Gesù Cristo sono io 

La visione spesso patriarcale del femminile cinematografico è stata spesso regolata da «un sistema di scambio che è anche un sistema di comunicazione attraverso cui uomini e donne vengono posizionati: in questo sistema sono sempre gli uomini che scambiano le donne» [1].

Laura Mulvey, critica cinematografica, tra le maggiori esponenti della critica femminista, in Piacere visivo e cinema narrativo, per uscire dalla minaccia di castrazione che la donna provocherebbe all’uomo film maker, parla di due possibilità:

  1. rivivere il trauma originario (è la soluzione del voyeurismo e del sadismo noir di Hicthcock);
  2. elevazione della donna a feticcio, come nel caso di Marlen Dietrich e Steinberg (la donna «non è più la portatrice della colpa, ma un prodotto perfetto, il cui corpo, stilizzato e frammentato nei primi piani, è il contenuto del film, e riceve direttamente lo sguardo dello spettatore».

Durante l’ultimo decennio, ponendo al centro esempi di donne capaci di rimettere in discussione il binomio maschile-femminile, in vita prima che sul grande schermo, siamo stati spettatori di una lenta rottura di quel processo in cui la donna è «causa e oggetto del desiderio, ma non diviene mai soggetto». [2].

Negli anni Ottanta, infatti, la figura femminile, nel racconto seriale, è stata a lungo rinchiusa in un cellofanato stereotipo da barbie sexy in bichini rossi californiani.

Con le più recenti narrazioni, invece, la vediamo uscire dalla confezione, a colpi di paletti di legno – vedi Sarah Michelle Gellar in Buffy, l’Ammazza Vampiri – o di corsa, sui pattini, come nel caso del biopic Tonya, interpretata da Margot Robbie.

Non sorprende quindi la forza evocativamente femminista di una serie Tv come «The Queen’s Gambit», miniserie televisiva drammatica statunitense creata da Scott Frank e Allan Scott, distribuita su Netflix.

La serie, basata sull’omonimo romanzo del 1983 di Walter Tevis, dialoga con la più recente rivalutazione del femminile, nel solco della serie sulla vita della regina Elisabetta, The Crown, o Rey, nuova Jedi nel sequel di Star Wars.

E sulle nostre pagine, abbiamo già parlato delle figure, diversamente carismatiche, di Emily In Paris e Annalisa Keating di How to Get Away with Murder.

Quest’ultima, in particolare, sembra condividere con Elizabeth Harmon, la regina degli scacchi interpretata da Anya Taylor-Joy, la condizione di donna emarginata, vittima della società abietta, cieca e fomentatrice di stereotipi e fobie.

Ma comunque capace di vincere.

L’America di «The Queen’s Gambit» in cui Elizabeth muove i passi è quella del dopo guerra, in pieno boom economico, dove il sogno americano faceva spesso capolino nell’alcool (tema spesso presente nei romanzi di Tevis) o veniva tenuto in sospetto dal terrore Sovietico.

E forse, non è un caso non sia mai citato il movimento femminista che, raffreddato dai venti di guerra e dal conflitto, riemerge in una seconda e potente ondata proprio in questo contesto storico.

Orfana, Elizabeth scopre, fin da piccola, un’attitudine naturale e maniacale per gli scacchi.

Non lotta per un comune movimento. È lei stessa il movimento.

FU LA SCACCHIERA A COLPIRMI.
ESISTE TUTTO UN MONDO IN QUELLE 64 CASE.
MI SENTO SICURA LÌ, POSSO CONTROLLARLO, POSSO DOMINARLO ED È PREVEDIBILE.
SO CHE SE MI FACCIO MALE È SOLO COLPA MIA

Nelle sue mani, ogni casella-mondo diventa volontà-azione determinatrice in un universo-scacchiera, dove è l’uomo ad avere bisogno di difesa.

Capace di prevedere gran parte delle conseguenze di ogni mossa, a rinchiudere in un angolo i più grandi campioni degli scacchi, Elizabeth diventa esempio di donna che emerge, al di fuori di ogni stereotipo, dentro la ribellione e nel bel mezzo del ribollire di una identità che sta costruendosi sulle ferite, gli inciampi e su quelle crocifissioni, spesse volte auto-inflitte, con cui chiunque si trova spesso a fare i conti.

Siamo stati abituati a vedere gli uomini-eroi sbagliare, cadere nell’alcol, e comunque simpatizzare con le loro debolezze, sfilando i chiodi dalle loro mani.

Gli errori delle donne sono devianze, colpe, peccati da espiare.

La crescita del personaggio, la ricerca di indipendenza, la forza umana con cui la regina degli scacchi esce dal proprio guscio sembrano farsi metafora di un processo di maturazione del personaggio-donna all’interno del mondo cinematografico.

Fuori da bovarismi o mascheroni di cipria e posizioni.

LA SCACCHIERA È IL MONDO.
I PEZZI SONO I FENOMENI DELL’UNIVERSO.
LE REGOLE DEL GIOCO SONO LE LEGGI DELLA NATURA E L’ALTRO GIOCATORE È NASCOSTO A NOI”.

[1] Veronica Pravadelli, Feminist Film Theory e Gender Studies, in Metodologie di analisi del film, a cura di Paolo Bertetto, Editori Laterza, Bari-Roma 2006. p. 64

[2] ivi.

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“Facciamo il Punto! con l’ospite” parliamo di canzone con Achille Campanile

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A “Facciamo il Punto!” nostro ospite Achille Campanile, autore del disco “Port’Alba”

https://www.facebook.com/puntoredazione/videos/117764840204404

L’incontro con Achille Campanile ha messo in luce diversi aspetti creativi e ricreativi della canzone.

Dall’incontro con l’autore, è uscito fuori che la riscrittura di testi poetici o romanzeschi, come quelli con Saba, Montale e Calvino, può offrire agli artisti un appiglio creativo-culturale importante.

Achille Campanile, nel suo disco, ha lavorato di transcodificazione, cioè di trasmigrazione da un genere all’altro di temi importanti contenuti in Amai, di Saba, Nuove stanze di Montale e Le città invisibili di Calvino.

Dalla messa in musica di Amai, al sommario di Nuove Stanze, con sfumature di personalizzazione d’autore, passando alla riscrittura-reinterpretazione dei temi di Ipazia.

L’autore, durante la diretta, ci ha fatto ascoltare come la sua bellissima voce dialoghi bene con la cultura e la ricercatezza di un linguaggio colto ma, allo stesso tempo, capace di lasciarsi ascoltare.

Il binomio ricerca-divertimento, nei brani contenuti in “Port’Alba”, ma in generale nell’arte di Campanile, diventa una possibilità importante per chi vuole addentrarsi nella canzone d’autore.

Il video della diretta è disponibile sulla nostra pagina facebook.

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Facciamo il Punto! con Achille Campanile

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Prossimo ospite di “Facciamo il Punto! con l’autore”, il giovane cantautore Achille Campanile.

Il prossimo ospite ha 23 anni, è laureato in Lettere Moderne alla “Federico II” di Napoli ed è attualmente iscritto al corso magistrale in Filologia Moderna.

Da sempre appassionato di musica e letteratura, Achille Campanile sta costruendo i suoi primi passi nel cantautorato tenendo insieme proprio questi due mondi.

“Port’Alba”, il suo disco d’esordio, registrato negli studi di illimitarte, con la collaborazione di Raffaele Cardone, dimostra proprio come sia possibile ancora fare letteratura con la musica.

Recensione dell’album d’esordio di Achille Campanile

Il prossimo giovedì, 14 Gennaio, ore 19:00, in diretta sulla Pagina Facebook, è appunto di questo che parleremo con lui:

come letteratura e musica siano, di fatto, un tutt’uno, e di come lui riesca a raccontare l’attualità con un linguaggio che non cambia, che resta fedele a sé stesso, sempre contemporaneo e che non strizza l’occhio al mainstream.

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Death to 2020, il racconto ironico degli ideatori di Black Mirror

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Death to 2020, ideato da Charlie Brooker e Annabel Jones è stato pubblicato su Netflix il 27 dicembre 2020

Tecnicamente un mockumentary, cioè un documentario serio di temi dal sapore fantascientifico, Death to 2020 si mostra piuttosto come un ironico, sarcastico e polemico racconto dei fatti realmente accaduti.

E in tanti hanno pensato che il 2020 – tra incendi in Australia, risposte violente del movimento Black Lives Matter all’assasinio di George Floyd per mano della polizia americana e il Covid 19 – potesse diventare soggetto perfetto per un episodio della serie antologica Black Mirror o di qualsiasi romanzo film distopico.

E però, in un anno che ha visto anche androidi ballanti in tutto e per tutto speculari a quelli visti proprio in Black Mirror, sarebbe stato scontato se non autolesionista, da parte di Charlie Brooker e Annabel Jones, fare la bella copia di uno spavento vissuto e ancora sofferto.

Così la satira sfrontata, per nulla velata, diventa antidoto a un anno che ha dato poco spazio al riso e, soprattutto, a quello dianoetico, cioè anche pronto a riflettere sugli eventi e sulla risposta dei cittadini a certe restrizioni.

Così, Hugh Grant veste i panni di un vecchio esperto di storia, Tennyson Foss, che, ad esempio, dopo aver saputo della notizia su Boris Johnson, trovato positivo al corona virus, confessa preoccupato di non saper trovare qualcuno peggiore di lui che possa sostituirlo.

Cristin Milioti, già protagonista di un episodio di Black Mirror, Uss Callister, interpreta Kathy Flowers, una “mamma informata” – di quelle che cercano la verità su siti improbabili, come www.leveritàchenoncidicono.com.

Così come Gemma Nerrick, interpretata da Diane Morganuna, che crede a quanto le viene detto da social e tv, ma in maniera più passiva, quasi innocente, senza la spinta di proselitismo che caratterizza il personaggio della Milioti.

In Death to 2020, tutti mantengono posizioni inverosimili e, tra il serio e il faceto, mettono in piedi una satira vorticosa che trascina presidenti, politici di ogni tipo, virologi, esperti e uomini medi.

Solo Dash Bracket, giornalista del New Yorkerly News, interpretato da Samuel L. Jackson, soprattutto quando si parla della triste morte di George Floyd, affonda le unghie nella carne viva e attacca la polizia, accusata di essere tanto attenta con chi spaccia denaro falso e meno con i colleghi che uccidono impunemente.

«Ci sono voluti pochi minuti per uccidere Floyd e 4 giorni per imprigionare i suoi uccisori», dice Bracket-Jackson.

Roba che, se un solo artista o intellettuale italiano si fosse permesso di polemizzare con le forze dell’ordine, denunciando soprusi e abusi di potere, sarebbe stato mandato in esilio.

Death to 2020 non è Black Mirror, ma è quanto accade a certa satira distopica se la distopia si fa reale ed è necessario riderne per passarci sopra, per indorare la pillola e tenersi aggrappato a un briciolo di energia per buttarsi alle spalle questo anno davvero orribile.

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“Facciamo il Punto! con l’ospite” parliamo di social con Luca Cerasuolo

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A “Facciamo il Punto!” nostro ospite Luca Cerasuolo, esperto di social media e digital marketing

Quella con Cerasuolo è stata una chiacchierata colta e profonda che ci ha permesso di toccare molteplici aspetti del mondo del web, da quelli che coinvolgono il mondo giornalistico fino alla tutela dei dati sensibili.

Esiste una responsabilità deontologica che, a causa dello svilimento della professione del giornalista, è stata messa in crisi.

Il click baiting, infatti, non è solo conseguenza del titolo sensazionalistico necessario per attirare un lettore non più abituato a comprare il giornale, ma anche una graduale perdita di responsabilità del giornalista.

Allo stesso tempo, però, Cerasuolo è ottimista, sinceramente attaccato al senso delle parole e alla possibilità che queste, alla fine, riescano a trovare un loro senso in questo mondo, in cui la tecnologia e la rete offrono opportunità infinite.

È necessario regolamentarne l’uso, promuovere un’educazione a scala nazionale, nelle scuole, perché fin da piccoli si impari, ad esempio, a riconoscere le fake news e a proteggere i dati sensibili.

Consigliamo di seguire il video dell’incontro per approfondire.

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Facciamo il Punto! con Luca Cerasuolo

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Il secondo appuntamento della nuova rubrica culturale avrà come ospite Luca Cerasuolo, esperto di social media e digital marketing

Luca Cerasuolo vive con le parole e durante l’intervista cercheremo di capire come è cambiato il nostro modo di comunicare.

Nato nel ’92, è giornalista professionista dal 2015 e studia i social media dal 2012.

Seguitissimo sui social, in particolar modo su twitter, Luca Cerasuolo è laureato in comunicazione con una tesi dal titolo “Semiotica mafiosa, simboli e comunicazione”.

Il lavoro, poi pubblicato su Repubblica.it, gli è valso il il premio “Giancarlo Siani”.

Nel corso degli anni, ha affinato le conoscenze sulle reti sociali digitali attraverso i master con “Up Level” e la “Business School” de “Il Sole 24 Ore”.

Lavora a “Radio Kiss Kiss” come social media expert e digital marketer, dal 2013, periodo durante il quale ha condotto trasmissioni giornalistiche e realizzato format per la radiofonia.

L’incontro con Luca Cerasuolo sarà un’occasione per conoscere più a fondo un mondo in cui la stragrande maggioranza di noi – tra fake news, click baiting, assuefazione e dipendenza – partecipa al gioco senza conoscerne pienamente le regole.

L’intervista sarà disponibile in diretta sulla nostra Pagina Facebook , mercoledì alle ore 19:00

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