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La morte si fa social di Davide Sisto

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Davide sisto

Sisto in “La morte si fa social” analizza pregi e difetti dei social, tra l’online e l’offline, in relazione alla morte.

Soprattutto, rifletto su come la morte, tenuta a debita distanza dal recinto all’interno di cui svolgiamo le nostre vite, ritorni in maniera perentoria nel cuore della quotidianità con l’uso dei social network, delle chat e, in generale, del web.

Pagina 10

Davide Sisto, filosofo assegnista di ricerca in Filosofia Teoretica, presso l’Università di Torino, ed esperto di Tanatologia, introduce “La morte si fa social“, edito “Bollati Boringhieri”, con una personale esperienza.

La mattina del 14 Novembre Facebook gli ricorda di fare gli auguri di compleanno ad Alessandro.

Tutto nella norma, non fosse che Alessandro è morto durante l’estate precedente”.

(pagina 10)

Benjiamin, ne “Il Narratore”, sottolineava il graduale tentativo della borghesia di allontanare la morte dalle strade, attraverso i sanatori, gli ospedali, i cimiteri, «tenuta a debita distanza dal recinto all’interno di cui svolgiamo le nostre vite» (pp. 9).

Oggi, Facebook, Instagram e Whatsapp, diventando il più grande cimitero del mondo, ce la rigetta addosso come «ossari digitali perennemente a disposizione dei vivi».

Sisto analizza e mostra pregi e difetti dei social, se questi vengono considerati, non solo come un metodo per superare il lutto ma, più in generale, se sono utili a creare creare link continuativi tra mondi lontani, tra online e offline.

Esempio di come il mondo diventi Villaggio Globale, citando McLuhan è il caso di chi, straniero e distante dal suo paese natio, può seguire, attraverso una connessione internet, il funerale di un parente, iniziando così il fondamentale processo di accettazione della morte, per superare il lutto.

Nella realtà creata dal web chi muore si rivede

pagina 68

La morte si fa social”, è però anche una riflessione sui rischi di «banalizzare il senso stesso della morte reale, rendendola simile a quella rappresentata nei film, nei videogiochi e in televisione e aumentando gli effetti negativi della rimozione» (pp. 73).

Copertina di “La morte si fa social”

In “La Morte si fa Social“, Sisto mette nel gioco delle riflessioni ed esempi e, in particolar modo, racconta di esperimenti digitali e robotici volti alla “sostituzione” del morto: apparecchi e robochat in grado di simulare o replicare (in base al livello qualitativo di emulazione) la persona che abbiamo amato e la cui assenza non si riesce “a rimuovere”.

Un esempio è il secondo capitolo in cui cita Be Right Back, un episodio della seconda stagione di Black Mirror.

Qui, la protagonista, Martha, è incapace di superare il lutto per la perdita del compagno e lo sostituisce, gradualmente, prima con una chat robot – in grado di replicare e rispondere come avrebbe risposto lui, dopo un upload del suo profilo social -, poi con un vero e proprio automa.

Il lutto è un mondo che ci è appartenuto, vissuto, amato, percorso, e che improvvisamente scompare. Tutto ciò che siamo stati sparisce e accettarlo fa parte della vita.

Con la sostituzione, se da un lato c’è il rischio di non elaborare il lutto, dall’altro però, come sostiene l’autore a pagina 63, «se i chatrobot e le controparti sono coscientemente intesi dai dolenti come strumenti per ricordare la persona morta, e quindi, sono totalmente separati dalla sfera dell’immortalità e della replicazione dei digitali, allora assumono un’altra funzione. Possono essere concepiti come scrigni dei ricordi interattivi, dunque come una maniera innovativa di risentire la voce dell’amato e riavere sotto gli occhi il suo stile comunicativo».

Di fatto, nella puntata già citata di Black Mirror, Martha alla fine si rende consapevole del fatto che il fantoccio non è altro che una copia superficiale del marito, che agisce in maniera calcolata ad egli impulsi per niente spontanei, incapace di improvvisare ché «alla riapparizione del deceduto manca sempre qualcosa rispetto alla vita terminata e questa mancanza impedisce la perfetta identificazione tra lo spettro e il morto», scrive Sisto, citando Derrida.

«Con la morte di un uomo rischiano, infatti, di morire anche i suoi oggetti, unici e rari, a cui egli estende la propria personalità e il proprio modo del tutto peculiare di stare al mondo.

L’unicità e la rarità dell’oggetto fisico, esistente di un unico posto, fragile e sottoposto all’usura del tempo, rendono irripetibile e singolare il legame che instaura con il suo possessore; si sedimenta, in altre parole, una storia nell’oggetto, il quale diventa inevitabilmente la sua casa». (pp. 16)

Per dirla con Bodei, insomma, «l’oggetto manifesta sia le tracce dei processi naturali e sociali che lo hanno prodotto, sia le idee, i pregiudizi, le inclinazioni e i gusti di una intera società» (La vita delle Cose, Remo Bodei, Editori Laterza, Roma-Bari, 2019, pp. 33).

«All’interno di Facebook diviene, in altre parole, una certezza oggettiva quanto Roland Barhes annotava, in seguito alla morte della madre: “adesso, ovunque, per la strada, al caffè, vedo tutti gli individui come destinati a morire, ineluttabilmente, vale a dire, molto esattamente, come mortali”».

pagina 75

Facebook ci rende consapevoli, più del recente passato, che la morte esiste, ce la mette di fronte ogni giorno, mentre la rimozione prevede funerali, riti che ufficializzano la morte, cimiteri, allontanamenti, oblii e depositi mentali.

Anche Cartesio, a una realtà cogitante, psichica, libera e consapevole, faceva corrispondere sempre un’altra extensa, fisica, limitata e inconsapevole. Le cose, gli oggetti, acquisiscono una qualità che è continuità col mondo di cui facciamo parte e che abbiamo contribuito a creare.

Penso a “Il Museo dell’Innocenza” di Pamuk, a “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi Di Lampedusa, a “Addio alle Armi” di Hemingway, a Ted in “How I met your mother”.
Forme di attaccamento ad un passato, ad un ricordo, ai morti che abbiamo lasciato alle spalle, ad una Storia il cui corso inarrestabile non fa altro che generare abissi.

Che raccogliamo, accatastiamo, poi mettiamo in ordine per offrirle a chi dovrà poi fare altrettanto.

Pessoa, nel Libro dell’inquietudine a pagina 161, edizione Feltrinelli (2008):

«[…] sì, le cose buone della vita mi fanno male in modo metafisico quando le abbandono e penso, con tutta la sensibilità dei miei nervi, che non le vedrò né le avrò mai più, perlomeno in quel preciso ed esatto momento. Mi si apre un abisso nell’anima e un soffio freddo dell’ora di Dio mi sfiora il volto livido. Il tempo! Il passato! Ciò che sono stato e non sarò mai più! Ciò che ho avuto, e non riavrò! I Morti! I morti che mi hanno amato nella mia infanzia».

Se la generazione nata tra il 1965 e il 1980 è l’ultima “ad aver vissuto un periodo storico senza la presenza di computer e, in particolare, senza connessione al web”, allora, per il futuro, non solo per gli studi digitali, ma anche per quelli umanistici, è necessario tenere aperto un percorso di analisi sull’uomo digitale.

Il mondo social è un’abitazione virtuale “che raccoglie i dati e gli oggetti digitali da noi prodotti e diffusi online”, una seconda casa che crea una “continua espansione di ogni utente della Rete e registra una porzione significativa dell’esistenza individuale”.

E cosa ne saranno dei nostri profili dopo la nostra morte? Facebook da tempo permette la trasformazione del profilo privato in profilo commemorativo, una sorta di sepolcro digitale col quale interagire per lasciare a colui che fu un saluto, un post, un emoticon, così come si farebbe con la tomba.

Sisto mette in luce un problema giuridico importante. Se il motivo del decesso non è chiaro, se Facebook ha già trasformato il profilo in commemorativo, se il defunto non ha lasciato nessuna disposizione ed eredità del proprio profilo, non è possibile risalire ai dati personali per poter accedere e provare a scoprire cosa è accaduto.
Una falla che lascia pensare.
Soprattutto visto che è possibile formulare un testamento digitale con cui deleghiamo a un congiunto il dafarsi sul proprio profilo social.

Piattaforme ormai piene di spettri digitali:

«I morti popolano in modo invasivo la rubrica telefonica su WhatsApp […]. Ne derivano alcune delicate domande: cosa fare del profilo del morto nella rubrica di WhatsApp? Cancellarlo o conservarlo?» .

Pagina 109

L’eredità (a la Derrida, come sottolinea lo stesso Sisto, parlando della responsabilità della riflessione, più del custodire e tramandare dati e nozioni) che ci lascia questo lavoro sul digital death è un insieme di importanti analisi sul modo con cui viene utilizzato il messo, soprattutto quando la vita ci urta e ci mette di fronte a dei dolori difficili da superare.

In un’era in cui si esprime il proprio dolore per la perdita di un caro o di una star che abbiamo tanto amato, in cui anche i funerali in streaming permettono di partecipare mantenere un contatto con chi si è lasciato a casa, Sisto ci fa capire come sia necessaria una maggiore responsabilizzazione dell’uso del sociale senza demonizzarlo.

Che è necessario accettarne la presenza come un’aggiunta, se non come un vero e proprio prolungamento del nostro stesso essere.

Un modo anche per garantire una sorta di immortalità del nostro essere, un proseguimento di noi, in assenza di noi.

Il morto continua a muoversi e il cadavere del reale non cessa di crescere
Jean Baudrillard, Il delitto Perfetto

Citato in “La morte si fa social” – Davide Sisto

Di seguito dove poter acquistare il libro:

https://www.bollatiboringhieri.it/libri/davide-sisto-la-morte-si-fa-social-9788833930305/

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  1. Pingback: After Life: la vita dopo la morte

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“Facciamo il Punto! con l’ospite” parliamo di canzone con Achille Campanile

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A “Facciamo il Punto!” nostro ospite Achille Campanile, autore del disco “Port’Alba”

https://www.facebook.com/puntoredazione/videos/117764840204404

L’incontro con Achille Campanile ha messo in luce diversi aspetti creativi e ricreativi della canzone.

Dall’incontro con l’autore, è uscito fuori che la riscrittura di testi poetici o romanzeschi, come quelli con Saba, Montale e Calvino, può offrire agli artisti un appiglio creativo-culturale importante.

Achille Campanile, nel suo disco, ha lavorato di transcodificazione, cioè di trasmigrazione da un genere all’altro di temi importanti contenuti in Amai, di Saba, Nuove stanze di Montale e Le città invisibili di Calvino.

Dalla messa in musica di Amai, al sommario di Nuove Stanze, con sfumature di personalizzazione d’autore, passando alla riscrittura-reinterpretazione dei temi di Ipazia.

L’autore, durante la diretta, ci ha fatto ascoltare come la sua bellissima voce dialoghi bene con la cultura e la ricercatezza di un linguaggio colto ma, allo stesso tempo, capace di lasciarsi ascoltare.

Il binomio ricerca-divertimento, nei brani contenuti in “Port’Alba”, ma in generale nell’arte di Campanile, diventa una possibilità importante per chi vuole addentrarsi nella canzone d’autore.

Il video della diretta è disponibile sulla nostra pagina facebook.

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Facciamo il Punto! con Achille Campanile

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Prossimo ospite di “Facciamo il Punto! con l’autore”, il giovane cantautore Achille Campanile.

Il prossimo ospite ha 23 anni, è laureato in Lettere Moderne alla “Federico II” di Napoli ed è attualmente iscritto al corso magistrale in Filologia Moderna.

Da sempre appassionato di musica e letteratura, Achille Campanile sta costruendo i suoi primi passi nel cantautorato tenendo insieme proprio questi due mondi.

“Port’Alba”, il suo disco d’esordio, registrato negli studi di illimitarte, con la collaborazione di Raffaele Cardone, dimostra proprio come sia possibile ancora fare letteratura con la musica.

Recensione dell’album d’esordio di Achille Campanile

Il prossimo giovedì, 14 Gennaio, ore 19:00, in diretta sulla Pagina Facebook, è appunto di questo che parleremo con lui:

come letteratura e musica siano, di fatto, un tutt’uno, e di come lui riesca a raccontare l’attualità con un linguaggio che non cambia, che resta fedele a sé stesso, sempre contemporaneo e che non strizza l’occhio al mainstream.

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Death to 2020, il racconto ironico degli ideatori di Black Mirror

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Death to 2020, ideato da Charlie Brooker e Annabel Jones è stato pubblicato su Netflix il 27 dicembre 2020

Tecnicamente un mockumentary, cioè un documentario serio di temi dal sapore fantascientifico, Death to 2020 si mostra piuttosto come un ironico, sarcastico e polemico racconto dei fatti realmente accaduti.

E in tanti hanno pensato che il 2020 – tra incendi in Australia, risposte violente del movimento Black Lives Matter all’assasinio di George Floyd per mano della polizia americana e il Covid 19 – potesse diventare soggetto perfetto per un episodio della serie antologica Black Mirror o di qualsiasi romanzo film distopico.

E però, in un anno che ha visto anche androidi ballanti in tutto e per tutto speculari a quelli visti proprio in Black Mirror, sarebbe stato scontato se non autolesionista, da parte di Charlie Brooker e Annabel Jones, fare la bella copia di uno spavento vissuto e ancora sofferto.

Così la satira sfrontata, per nulla velata, diventa antidoto a un anno che ha dato poco spazio al riso e, soprattutto, a quello dianoetico, cioè anche pronto a riflettere sugli eventi e sulla risposta dei cittadini a certe restrizioni.

Così, Hugh Grant veste i panni di un vecchio esperto di storia, Tennyson Foss, che, ad esempio, dopo aver saputo della notizia su Boris Johnson, trovato positivo al corona virus, confessa preoccupato di non saper trovare qualcuno peggiore di lui che possa sostituirlo.

Cristin Milioti, già protagonista di un episodio di Black Mirror, Uss Callister, interpreta Kathy Flowers, una “mamma informata” – di quelle che cercano la verità su siti improbabili, come www.leveritàchenoncidicono.com.

Così come Gemma Nerrick, interpretata da Diane Morganuna, che crede a quanto le viene detto da social e tv, ma in maniera più passiva, quasi innocente, senza la spinta di proselitismo che caratterizza il personaggio della Milioti.

In Death to 2020, tutti mantengono posizioni inverosimili e, tra il serio e il faceto, mettono in piedi una satira vorticosa che trascina presidenti, politici di ogni tipo, virologi, esperti e uomini medi.

Solo Dash Bracket, giornalista del New Yorkerly News, interpretato da Samuel L. Jackson, soprattutto quando si parla della triste morte di George Floyd, affonda le unghie nella carne viva e attacca la polizia, accusata di essere tanto attenta con chi spaccia denaro falso e meno con i colleghi che uccidono impunemente.

«Ci sono voluti pochi minuti per uccidere Floyd e 4 giorni per imprigionare i suoi uccisori», dice Bracket-Jackson.

Roba che, se un solo artista o intellettuale italiano si fosse permesso di polemizzare con le forze dell’ordine, denunciando soprusi e abusi di potere, sarebbe stato mandato in esilio.

Death to 2020 non è Black Mirror, ma è quanto accade a certa satira distopica se la distopia si fa reale ed è necessario riderne per passarci sopra, per indorare la pillola e tenersi aggrappato a un briciolo di energia per buttarsi alle spalle questo anno davvero orribile.

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“Facciamo il Punto! con l’ospite” parliamo di social con Luca Cerasuolo

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A “Facciamo il Punto!” nostro ospite Luca Cerasuolo, esperto di social media e digital marketing

Quella con Cerasuolo è stata una chiacchierata colta e profonda che ci ha permesso di toccare molteplici aspetti del mondo del web, da quelli che coinvolgono il mondo giornalistico fino alla tutela dei dati sensibili.

Esiste una responsabilità deontologica che, a causa dello svilimento della professione del giornalista, è stata messa in crisi.

Il click baiting, infatti, non è solo conseguenza del titolo sensazionalistico necessario per attirare un lettore non più abituato a comprare il giornale, ma anche una graduale perdita di responsabilità del giornalista.

Allo stesso tempo, però, Cerasuolo è ottimista, sinceramente attaccato al senso delle parole e alla possibilità che queste, alla fine, riescano a trovare un loro senso in questo mondo, in cui la tecnologia e la rete offrono opportunità infinite.

È necessario regolamentarne l’uso, promuovere un’educazione a scala nazionale, nelle scuole, perché fin da piccoli si impari, ad esempio, a riconoscere le fake news e a proteggere i dati sensibili.

Consigliamo di seguire il video dell’incontro per approfondire.

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Facciamo il Punto! con Luca Cerasuolo

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Il secondo appuntamento della nuova rubrica culturale avrà come ospite Luca Cerasuolo, esperto di social media e digital marketing

Luca Cerasuolo vive con le parole e durante l’intervista cercheremo di capire come è cambiato il nostro modo di comunicare.

Nato nel ’92, è giornalista professionista dal 2015 e studia i social media dal 2012.

Seguitissimo sui social, in particolar modo su twitter, Luca Cerasuolo è laureato in comunicazione con una tesi dal titolo “Semiotica mafiosa, simboli e comunicazione”.

Il lavoro, poi pubblicato su Repubblica.it, gli è valso il il premio “Giancarlo Siani”.

Nel corso degli anni, ha affinato le conoscenze sulle reti sociali digitali attraverso i master con “Up Level” e la “Business School” de “Il Sole 24 Ore”.

Lavora a “Radio Kiss Kiss” come social media expert e digital marketer, dal 2013, periodo durante il quale ha condotto trasmissioni giornalistiche e realizzato format per la radiofonia.

L’incontro con Luca Cerasuolo sarà un’occasione per conoscere più a fondo un mondo in cui la stragrande maggioranza di noi – tra fake news, click baiting, assuefazione e dipendenza – partecipa al gioco senza conoscerne pienamente le regole.

L’intervista sarà disponibile in diretta sulla nostra Pagina Facebook , mercoledì alle ore 19:00

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