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Caterina Balivo parla di “pruning”: cos’è davvero e perché il nostro cervello elimina alcune connessioni
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Una battuta della conduttrice ha acceso la curiosità intorno a una parola poco conosciuta. Il pruning sinaptico esiste davvero, ma non è un esercizio per “cancellare i ricordi”: è un processo naturale con cui il cervello riorganizza le proprie connessioni
“Pruning”. Una parola inglese che letteralmente significa potatura e che nelle ultime ore ha attirato l’attenzione dopo essere stata associata a una battuta di Caterina Balivo.
Ma che cosa significa realmente quando si parla di cervello?
In neuroscienze esiste effettivamente il synaptic pruning, in italiano potatura o sfoltimento sinaptico. Il paragone con un albero è piuttosto efficace: così come si eliminano alcuni rami per permettere alla pianta di svilupparsi meglio, il cervello può eliminare determinate connessioni tra neuroni mentre altre vengono conservate e rafforzate.
Non significa però decidere volontariamente di dimenticare qualcosa o “fare spazio” nella testa.
Cos’è il pruning sinaptico
I neuroni comunicano tra loro attraverso punti di collegamento chiamati sinapsi.
Durante lo sviluppo il cervello produce un numero enorme di queste connessioni. Successivamente parte di esse viene progressivamente eliminata.
La letteratura scientifica descrive il pruning come la rimozione selettiva di alcune sinapsi mentre altre vengono mantenute, contribuendo alla maturazione e all’organizzazione dei circuiti cerebrali.
È quindi un meccanismo fisiologico, non necessariamente qualcosa di negativo.
Anzi, eliminare connessioni poco utili può contribuire a rendere le reti cerebrali più efficienti e specializzate.
Quando avviene?
Il pruning è particolarmente intenso durante l’infanzia e l’adolescenza.
Durante lo sviluppo inizialmente si verifica una sovrapproduzione di connessioni neuronali. Successivamente alcune vengono mantenute, mentre altre vengono eliminate.
L’adolescenza rappresenta uno dei periodi nei quali questa riorganizzazione è particolarmente importante, soprattutto nelle aree cerebrali coinvolte nelle funzioni cognitive più complesse.
Processi di rimodellamento delle connessioni cerebrali, tuttavia, non scompaiono completamente con l’età adulta: il cervello conserva una certa plasticità durante tutta la vita.
Quindi possiamo “fare pruning” volontariamente?
Qui sta l’equivoco.
In senso strettamente neuroscientifico, no.
Non esiste un esercizio certificato attraverso il quale una persona possa decidere: “oggi elimino questa sinapsi” oppure “cancello questo ricordo”.
Il pruning è un processo biologico regolato dal sistema nervoso.
L’esperienza e l’attività neuronale possono partecipare alla selezione delle connessioni: quelle utilizzate e rafforzate seguono percorsi diversi da quelle scarsamente utilizzate. Ma questo non equivale a poter controllare direttamente il processo con la volontà.
Per questo l’espressione “faccio pruning”, utilizzata in maniera colloquiale, può essere efficace come metafora, ma non descrive letteralmente ciò che accade dal punto di vista neurologico.
Il cervello cancella davvero ciò che non utilizziamo?
La famosa formula “use it or lose it” – usalo o perdilo può aiutare a comprendere il principio, ma anche questa è una semplificazione.
Il cervello non funziona come l’hard disk di un computer nel quale un file inutilizzato viene automaticamente cancellato.
Apprendimento, memoria e dimenticanza dipendono da meccanismi molto più complessi che comprendono modifica delle sinapsi, consolidamento dei ricordi, attenzione, sonno ed esperienza.
Il pruning riguarda soprattutto l’organizzazione delle connessioni nervose, non una selezione cosciente dei ricordi da conservare.
Perché eliminare connessioni può essere utile?
Potrebbe sembrare paradossale.
Se il cervello possiede moltissime connessioni, perché dovrebbe eliminarne alcune?
Perché più connessioni non significa necessariamente un cervello più efficiente.
Durante lo sviluppo viene inizialmente costruita una rete estremamente ricca. La successiva selezione permette di affinare i circuiti.
Il National Institute of Mental Health statunitense descrive il normale pruning come un processo che elimina connessioni in eccesso contribuendo a rendere più efficiente il funzionamento della rete cerebrale.
È un po’ come trasformare una rete stradale piena di piccoli percorsi ridondanti in un sistema nel quale rimangono collegamenti più funzionali.
Pruning e memoria sono la stessa cosa?
No.
Dimenticare una password, il nome di una persona o dove abbiamo lasciato le chiavi non significa necessariamente che il cervello abbia appena effettuato pruning sinaptico.
La memoria coinvolge numerosi sistemi cerebrali e il normale oblio può dipendere da molte cause.
Allo stesso modo, il pruning non deve essere interpretato come una sorta di “pulizia mentale” attraverso la quale vengono eliminati volontariamente pensieri negativi o ricordi inutili.
È una distinzione importante perché sui social concetti neuroscientifici complessi vengono spesso trasformati in presunte tecniche di benessere.
Possiamo però allenare il cervello?
Sì, ma è un altro discorso.
Studiare, imparare una lingua, suonare uno strumento, fare attività fisica, dormire adeguatamente e vivere nuove esperienze possono essere associati alla plasticità cerebrale, cioè alla capacità del sistema nervoso di modificarsi in risposta all’esperienza.
Ci sono inoltre evidenze che una parte della riorganizzazione cerebrale durante lo sviluppo sia influenzata dall’attività e dall’esperienza.
Ma sarebbe scorretto tradurre tutto questo in:
“Fai questo esercizio e attiverai il pruning”.
La neuroscienza è decisamente più complessa.
Quando il pruning diventa oggetto di studio medico
Il meccanismo interessa molto anche la ricerca sulle malattie neurologiche e psichiatriche.
Gli scienziati stanno studiando, per esempio, cosa possa accadere quando la potatura sinaptica diventa anomala o eccessiva.
Alcune ricerche hanno esplorato un possibile legame tra alterazioni del pruning durante l’adolescenza e patologie come la schizofrenia. Questo non significa naturalmente che il normale pruning provochi queste malattie: si studiano invece possibili alterazioni dei meccanismi che regolano il processo.
La battuta di Balivo e una parola destinata a diventare popolare
La curiosità generata dalla frase associata a Caterina Balivo ha quindi avuto almeno un effetto: portare una parola appartenente alle neuroscienze fuori dai laboratori.
E il concetto di fondo è affascinante.
Il nostro cervello non cresce semplicemente aggiungendo continuamente nuove connessioni.
Per svilupparsi e organizzarsi deve anche selezionare.
Costruisce, rafforza, modifica e, quando necessario, elimina.
In altre parole, per diventare più efficiente il cervello deve anche sapere “potare” se stesso.
Ma lo fa lui.
Non dobbiamo prendere le forbici.

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