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Il wrestling è fede: il ritiro nel wrestling e l’addio di John Cena

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manifesto ufficiale wwe

Il ritiro nel wrestling non è mai una semplice fine, e l’addio di John Cena lo dimostra meglio di qualsiasi altro caso recente.

È tutto finto, tutto preparato e organizzato? Sì. È sport? In parte. Perché richiede atletismo, allenamento costante, corpi che si consumano nel tempo e soprattutto una qualità che nessuna sceneggiatura può simulare davvero: la capacità di rialzarsi dopo ogni colpo. Stanotte, però, John Cena non si è rialzato. E non perché non potesse farlo, ma perché ha scelto di non farlo.

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Con la sconfitta contro Gunther, John Cena ha chiuso ufficialmente la sua carriera sul ring. Un addio annunciato da tempo, preparato e metabolizzato, che nonostante questo ha spaccato il pubblico WWE tra applausi, commozione e polemiche. Non sono mancati i fischi rivolti a Triple H, accusato da una parte dei fan di aver “fatto perdere” l’uomo che più di tutti ha rappresentato il wrestling degli ultimi vent’anni. Una lettura emotiva, comprensibile, ma che rischia di perdere di vista il significato reale di ciò che è accaduto.

John Cena non è stato sacrificato. John Cena ha deciso.

Per capire perché questo addio vada letto in un certo modo, bisogna ricordare cosa è stato Cena per la WWE. Non solo un campione, non solo un personaggio, ma un pilastro. Dopo la morte di Eddie Guerrero e il trauma collettivo legato al caso Chris Benoit, la compagnia entrò in uno dei periodi più delicati della sua storia. Serviva una figura stabile, affidabile, capace di reggere il peso dell’intero prodotto e di parlare a un pubblico trasversale. Cena è rimasto lì, sempre. Anche quando essere il babyface significava essere contestato, fischiato, accusato di essere immutabile. Insieme a Rey Mysterio è diventato il babyface più iconico della storia del wrestling moderno, non il più unanimemente amato, ma il più resistente.

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A 48 anni, con una carriera cinematografica ormai consolidata – sulle orme di The Rock e Batista – Cena sapeva che questo momento sarebbe arrivato. Il suo corpo non avrebbe potuto reggere ancora a lungo i ritmi del ring. Il ritiro non è stato improvviso né imposto, ma lucidamente pianificato.

Perché nel wrestling il ritiro passa spesso da una sconfitta

Nel wrestling il ritiro non è una semplice celebrazione, ma un passaggio di testimone. E i passaggi di testimone, per essere credibili, devono essere netti. Ric Flair lo capì quando accettò di perdere contro Shawn Michaels a WrestleMania, così come Michaels lo fece a sua volta contro The Undertaker. In Giappone, Jushin Thunder Liger annunciò il suo addio e perse l’ultimo match senza mai tornare, mentre Keiji Mutoh salutò prima il personaggio di Great Muta e poi sé stesso scegliendo la sconfitta come chiusura definitiva. Non perché fossero finiti, ma perché era arrivato il momento di dare valore all’addio.

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Il ritiro nel wrestling e il match di addio servono proprio a questo: chiudere una carriera dando senso al futuro e non al passato.

John Cena si inserisce in questa tradizione. Gunther non è stato scelto per provocare polemiche, ma perché rappresenta il presente e il futuro della WWE: credibile e costruito per durare. La vittoria non serviva a Cena, che non aveva più nulla da dimostrare, ma a ciò che verrà dopo di lui. I fischi a Triple H raccontano più il dolore del pubblico che un errore di visione. Vedere perdere un mito fa male, anche quando è giusto. Il wrestling, però, non evita il dolore: lo trasforma in memoria. E il sorriso finale di Cena chiarisce che quello era il finale che aveva scelto.

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Ritiri annunciati e ritorni: perché dire addio nel wrestling è così difficile

Non tutti i wrestler che annunciano il ritiro riescono a rispettarlo. Molti tornano per necessità, perché non hanno alternative fuori dal ring. Non tutti diventano allenatori, dirigenti o star di Hollywood. Per alcuni il wrestling resta l’unica identità possibile. Per questo i ritiri davvero “puliti” sono rarissimi e quelli come John Cena diventano casi storici.

Non tutti scelgono di ritirarsi perdendo. Esistono eccezioni come The Undertaker e Sting, capaci di chiudere vincendo perché il loro addio non doveva costruire il futuro, ma chiudere un mito. Cena avrebbe potuto fare lo stesso, ma ha scelto di sacrificarsi per il business. L’addio di John Cena non è solo la fine di una carriera, ma un modello. Un esempio per chi verrà dopo. Wrestler come AJ Styles hanno già annunciato che il prossimo contratto sarà l’ultimo. Quando arriverà il momento, avranno davanti una strada chiara.

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Perché nel wrestling, come nella vita, e nel ritiro nel wrestling con un match di addio, non conta quante volte vinci. Conta come scegli di andare via.

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