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Il culto dei morti a Napoli

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A Napoli il culto dei defunti resiste al tempo: dalle “anime pezzentelle” alle capuzzelle del Cimitero delle Fontanelle, un legame secolare tra vivi e morti che racconta la devozione e la superstizione partenopea.

Novembre è il mese dei defunti e, nonostante ultimamente Halloween abbia preso il sopravvento sulla commemorazione di quelli che a Napoli il popolino chiama ancora “i santi morti”, il culto dei defunti ha, in questa città, ancora un fascino ed una importanza fuori del normale. Se vogliamo proprio dirla tutta, anche la richiesta di dolciumi, che finora sembrava tipica della festa proveniente dagli Stati Uniti, si è scoperta avere origini antiche nel famoso torrone dei morti, tipico di questo periodo e tappa obbligata per ogni famiglia napoletana.

Ma il culto dei morti a Napoli è qualcosa di molto più rilevante e serio. A novembre, in occasione della commemorazione dei defunti, Napoli si dedica anima e corpo a questa opera pia; perfino chi non va mai al cimitero, si mobilita, almeno quel giorno, perché, come, dice Totò nella Livella, “ognuno ha dda tene’ chistu penziero”. E questo culto non si limita ai defunti della propria famiglia, ma si allarga anche alle anime del Purgatorio, chiamate, a Napoli, le anime pezzentelle.

Questo culto comincia a Napoli durante il XVII secolo, quando la peste uccide quasi i due terzi della popolazione e c’è bisogno di disfarsi dei corpi al più presto e in modo da fermare il contagio. Nacque allora l’esigenza di fosse comuni ampie per seppellire in fretta i cadaveri e per pregare per le anime di chi non aveva lasciato in vita nessun altro.

Lentamente, il culto per le anime pezzentelle procedette andando oltre la preghiera. I vivi decidevano di “adottare” una capuzzella, cioè il teschio di un defunto, scegliendolo tra i tanti ammassati nei luoghi deputati, e se ne prendevano cura: la lavavano, la lucidavano, la ponevano su un cuscino o su un fazzoletto ricamato, talvolta le costruivano una piccola edicola, con un lumino e dei fiori. Si trattava, comunque, di un accordo di mutuo soccorso: il vivo si prendeva cura della capuzzella, ed eventualmente delle altre ossa, e pregava per il morto per procurargli il refrisco, cioè il sollievo dalle sofferenze del Purgatorio, e, in cambio, il morto esaudiva le richieste del vivo.

Se le richieste non venivano esaudite, il vivo poteva abbandonare il teschio e scegliersene un altro, ma se, invece, il riscontro era positivo, il vivo intensificava le preghiere e i regali per il morto. La Curia napoletana, tuttavia, non approvò mai questo culto che sembrava sfociare nel feticismo e nella idolatria e fece in modo che i luoghi che ospitavano le ossa fossero murati o segregati dietro cancelli in modo da impedire l’accesso al popolo. Questo però non fermò mai i fedeli, che, impossibilitati a raggiungere le proprie capuzzelle, sfondarono i cancelli e continuarono la cura dei teschi.

I luoghi più importanti a Napoli, dove ancora è possibile vedere i resti delle anime pezzentelle, sono essenzialmente tre: la chiesa di S. Pietro ad Aram, la chiesa di S. Maria del Purgatorio ad Arco e il Cimitero delle Fontanelle. La chiesa di S. Pietro ad Aram si trova inglobata in un palazzo alla fine di Corso Umberto; fu proprio da questa chiesa che il culto delle anime pezzentelle partì, per poi propagarsi in tutta la città. La chiesa di S. Maria del Purgatorio ad Arco è conosciuta come ‘a cchiesa d’ ‘e ccape ‘e morte perché già all’ingresso si trovano dei cippi in piperno sormontati da tibie e teschi, diventati lucidissimi per l’abitudine dei napoletani di accarezzarli in cerca di buona sorte.

Nella cripta di questa chiesa, sono custoditi una serie di teschi, di cui il più famoso è quello di Lucia, conservato in una nicchia con il velo da sposa. La leggenda narra che fosse una giovane donna destinata ad un matrimonio imposto dal padre e morta, per caso o per suicidio, poco dopo le nozze.

Lumini, fiori, rosari e ex-voto non mancano mai. Ma il luogo sicuramente più iconico di questo culto è il Cimitero delle Fontanelle,posto nel quartiere Sanità e diventato un’enorme fossa comune nel Seicento, a causa della peste e delle carestie di quel periodo. Nell’Ottocento, poi, furono aggiunti i morti per colera. I resti rimasero abbandonati fino a fine Ottocento, quando don Gaetano Barbati, con l’aiuto del popolo, decise di riorganizzare le ossa.

Fino agli Settanta del Novecento, fu un luogo di culto nevralgico, poi la Curia napoletana decise di chiuderlo per paura che il culto religioso si trasformasse in idolatria e ne permise la messa soltanto una volta all’anno, il 2 novembre appunto.

Ormai, dal 2010, la cava è diventata una tappa turistica imprescindibile, dove poter entrare a stretto contato con le tradizioni napoletane. In questo cimitero, tre sono i personaggi famosi: Donna Concetta, il cui teschio è sempre lucido, punto di riferimento per le donne in cerca di gravidanza, ‘o Monacone, ricercato da chi ha bisogno di numeri da giocare al lotto, e soprattutto il Capitano, noto per la leggenda che lo riguarda e che racconta che, per scherno, fu invitato a un matrimonio dal fidanzato di una sua devota e, quando vi si presentò, causò la morte istantanea dei due sposi. Quindi, attenzione a ciò che dite perché cu ‘e muorte nun se pazzéa.

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