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Esiste il mondo ideale?

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Dall’isola perfetta di Tommaso Moro ai mondi oppressivi delle distopie moderne: il sogno dell’utopia e la paura del suo contrario.

Di certo vi sarà capitato di pronunciare o di ascoltare la parola “utopia”, nel senso di qualcosa di irrealizzabile. Eppure, quando fu usato all’inizio, questo termine non aveva l’accezione di oggi. La parola “utopia” viene dal greco ed è strettamente legata ad un autore e politico inglese del XVI secolo, Thomas More, conosciuto in italiano anche come Tommaso Moro. Devoto cattolico, braccio destro di Enrico VIII prima del divorzio, si oppose strenuamente alla sua volontà di ripudiare Caterina d’Aragona e sposare Anna Bolena e pagò con la vita questa sua convinzione. Il titolo della sua opera, Utopia, pubblicata nel 1516, fu ideato con un gioco di parole dal greco, grazie anche alla pronuncia simile in inglese, tra ou-topos (nessun luogo) e eu-topos (un luogo buono).

Essa descrive una città-stato pagana e comunista, in cui le istituzioni sono governate dalla ragione e non dalla religione, dalle ideologie, dall’avidità, dall’interesse personale, come nell’Europa del suo tempo. In questa città-stato, la proprietà privata non esiste, è permessa l’eutanasia e l’istruzione è libera e gratuita per tutti.

More aveva creato un nuovo genere letterario: il romanzo utopico, da cui avrebbero preso le mosse anche Tommaso Campanella con La città del sole e Francis Bacon con La nuova Atlantide. In comune, avevano un viaggio iniziale, grazie al quale si trovavano in una terra con un governo perfetto, giusto e libero da tutti i mali che affliggevano i governi contemporanei.


Utopia è un’isola molto fiorente a forma di mezzaluna, con città ampie e tutte uguali; la sua popolazione è divisa in famiglie di circa quaranta membri ognuna e, ogni trenta famiglie, c’è un filarco, una sorta di magistrato, eletto ogni anno. Ogni dieci filarchi, viene eletto un protofilarco che, insieme agli altri protofilarchi, elegge segretamente un principe.

L’occupazione principale è l’agricoltura, ma ogni cittadino impara anche un altro mestiere, che poi sarà trasmesso al proprio figlio. Il lavoro dura soltanto sei ore al giorno, lasciando agli abitanti la possibilità di dedicarsi ad altro durante le rimanenti ore. Gli sprechi sono banditi e tutto viene distribuito in egual misura a tutti i cittadini. Non esiste denaro, né oro e né argento; chi commette una colpa viene condannato ai lavori forzati. La guerra è considerata un male; c’è tolleranza religiosa, ma viene comunque venerato il dio Mitra.


Utopia sarà il capostipite di una grande dinastia di opere che appariranno sulla scena letteraria dal Cinquecento fino a tutto il Settecento, poi il genere subirà una decadenza dovuta essenzialmente alla nascita del romanzo realista. Eppure, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, l’utopia, come genere letterario, conobbe una rinascita e cominciarono ad apparire utopie di ispirazione socialista e darwinista. Nel pieno del XX secolo, però, l’utopia si reinventò, trasformandosi nel suo doppio cattivo: la distopia.


La base di questa rivoluzione risiedeva nella convinzione che il socialismo, che fino a quel momento aveva rappresentato la speranza di un cambiamento nel bene, fosse in realtà solo un’illusione che, invece di generare sogni di libertà, produceva incubi di dittatura. Di certo, il XX secolo era un ottimo serbatoio di temi a cui attingere per creare nuove distopie: due guerre mondiali, i regimi totalitari in Europa, la minaccia di una guerra nucleare, l’esplosione demografica avevano contribuito in larga parte ad immaginare mondi apocalittici in cui il luogo ideale era diventato un posto da cui fuggire o un governo da combattere.

Alla critica feroce della politica socialista e comunista, si erano poi aggiunti, a metà del XX secolo, altri temi, quali l’ecologia, l’industrializzazione, la tecnologia, che avevano dato vita ad altri sottogeneri distopici, assicurando un nuovo grande impulso alla distopia e generando tutta una serie di mondi paralleli e distopici che ultimamente hanno affascinato anche i giovani.


La funzione delle distopie è essenzialmente quella di mettere in guardia i lettori e le società dalle possibili derive dittatoriali provocate dai torti causati dal malgoverno attuale.

Esse esaminano le falle nella comunità moderna e le portano all’esasperazione, creando un mondo dove il malgoverno, la corruzione e il potere incontrollato conducono la società ad un equilibrio precario sotto una dittatura infame e coercitiva, alla quale, prima o poi, qualcuno deciderà di ribellarsi. Il loro scopo è mettere davanti agli occhi dei lettori le mancanze delle società, costringendoli a porsi la domanda “cosa accadrebbe se…”. Questa è la forza della distopia: instillare il dubbio che possa realizzarsi un totalitarismo e presentarlo in maniera improbabile eppure verosimile e possibile.

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