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Il Cavaliere Di Ruvo a Firenze su un’inedita Napoli di Lucio Dalla

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Nel nuovo saggio del critico d’arte Mauro Di Ruvo “Lucio Dalla, l’ultimo trovatore del falso dramma” Napoli è il vero cuore lirico di Piazza Grande

Una passione per Totò, un amore per Pavarotti e un testamento per Sorrento. Sono queste le novità che il critico Mauro Di Ruvo introduce nel suo nuovo saggio “Lucio Dalla, l’ultimo trovatore del falso dramma” pubblicato per le pagine della storica e prestigiosa Nuova Antologia, presso l’ormai istituzionale Fondazione Spadolini diretta dal prof. Cosimo Ceccuti.

Un nuovo Lucio Dalla questo, come nessuno mai l’aveva raccontato, ma soprattutto come nessuno mai l’aveva studiato prima d’ora nelle sue profonde connessioni con la terra partenopea e i frutti che da questa ne avrebbe tratto, secondo il critico, non solo per la sua carriera, ma anche per la levatura della sua musica.

Il critico d’arte è il primo in Italia ad aver finalmente rotto la barriera divisiva tra musica e letteratura riguardo uno degli uomini che hanno segnato la storia e la cultura di intere generazioni, ma che comunque è rimasto finora etichettato con la banale definizione di “cantautore”.  Non è un caso che infatti il Cavaliere lucano l’abbia inserito nella rosa antologica degli studi di critica letteraria ed estetica semiotica, cosa che comunemente non è accaduta per altri artisti italiani, se non in parte per Luciano Pavarotti. “A legare i due”, afferma il critico, “non era solo la napoletanità del cuore, ma era soprattutto la gravità lirica della canzone sapeva tramutarsi in canto nella pubblica esecuzione”.

Uscito il 21 marzo 2025 il saggio del critico d’arte intitolato  “Lucio Dalla, l’ultimo trovatore del falso dramma” dalle Edizioni Polistampa di Firenze, nel numero di Gennaio-Marzo, è quindi precursore in Italia di quelli che dovrebbero essere oggi gli “studi dalliani”. “Sappiamo invece” dice il critico alla redazione “che questo genere di ricerca filologico-ermeneutica è per Dalla ancora terrà vergine, mai esplorata oltre il confine musicale”.

Nel saggio il Cavaliere ci mostra una Napoli e una Bologna che non sorgevano finora come fondamentale elemento di connessione tra la canzone e l’arte dell’autore bolognese. Di Ruvo ci mostra invece come siano state entrambe le città una importante “chiave di volta”, dice il critico, per la musica di Lucio Dalla. Scrive così nel saggio il Cavaliere:

Per un artista bolognese come Dalla infatti non è mai da trascurare il fatto che lo sia bolognese, e a tutto tondo. Si aggiunga perdipiù che proprio perché Dalla fu di quella Bologna, in parte seppe riconoscere la residenza del suo cuore a Napoli. Una Napoli che era per lui “questa Napoli” finché Totò ci viveva per le sue strade, nobilmente distaccate non dall’Italia, ma dal «popolo italiano».”

Dalla figura di Totò egli avrebbe appreso la teatralità della parola, afferma Di Ruvo, e da essa anche il suo senso più tragicomico e apparentemente divertente. “Nella parola di Dalla invece sappiamo che è raggrumata dietro la sua leggerezza che il pubblico riceve, tutta la disillusione leopardiana della vita come perpetuo palcoscenico. Dunque c’è estrema amarezza dietro le sue canzoni”.

Nel saggio” dichiara il Cavaliere “sono illustrate sinteticamente le varie fasi di modulazione della scrittura dalliana, individuando come essa rispetto ai suoi contemporanei cantautori non si limiti soltanto alla creazione del testo e alla sua sonorizzazione, ma comprenda un iter molto più complesso ideativo che mescola la tradizione poetica a quella lirica”.

Il critico rivolge un prezioso monito alla critica e alla ricerca accademica contemporanea quando scrive: “Parlare di Lucio Dalla come “cantautore” farebbe commettere a chi è pioniere negli studi dalliani, già in partenza, un grosso errore”. Per Di Ruvo Dalla è da ascoltare non per brani ma per versi. E sono quattro le canzoni che il Cavaliere sottopone al vaglio critico della sua analisi, come la famosa “Piazza Grande”, “Paff…bum” con cui aprì la prima volta Sanremo nel 1966, “Canzone” e infine “Caruso”.

Queste sarebbero le principali quattro opere secondo il critico che avrebbero meglio rappresentato il lavorio interiore del genio bolognese.

Piazza Grande, scrive il critico nel suo saggio, è “la sua prima occasione dove può esprimere la sua poetica, che oggi più ci appare come “scrittura recitativa del segno”. E proprio nell’incipit del brano sostiene Di Ruvo è dove dovremmo cercare quell’afflato religioso che lega Dalla alla sua “cara Bologna”, ma non solo questo, perché il critico vede nelle parole dell’attacco della canzone anche la conferma di un cosiddetto “formulario celeste”. È questa una delle novità espresse nell’opera del Cavaliere sul nostro simbolo della canzone italiana. Ma per sapere di cosa si tratta ci toccherà leggere il suo saggio acquistabile online e in qualsiasi libreria.

Ma la particolare attenzione del Cavaliere va proprio alla canzone “Caruso” che Dalla dedica alla città di Sorrento.

“In quest’ode, che possiamo pleno iure giudicare con statuto d’arte, appare finalmente la più alta forma poetica mai raggiunta dall’autore bolognese, mentre egli è sul punto di de-referenziare ogni punto di contatto tra il suono e la parola. Cioè mentre sta affogando “a modo suo” nel mare

della dolce bugia finora raccontata al pubblico, egli raggiunge la vetta della lirica dimensione angelica. Non a caso è questa la canzone dove l’ottava acuta spegne ogni impeto di derisione mondana sotto la cupola aerea della rinuncia. I versi sono distesi e monocordi, la tonalità del pianoforte raggiunge il colore dell’adagio di «morte».”

Dalla non voleva che fosse apprezzato per la sua musica ma più, e soprattutto, per la sua parola” afferma il Cavaliere lucano. “Proprio per questo in Lucio Dalla la parola ha raggiunto il più alto grado di polisemia e intertestualità semiotica che gli sarebbe giunto da un clandestino sguardo a Umberto Eco”.

Quella di Dalla” conclude “è un’arte del piegare fondata sul trinomio che spiego nel saggio del perdere/cercare/ trovare.”

Come un bravo “trovatore” occitano, egli proietta nel canto il tempo futuro di una impossibile nostalgia. Tutto ciò che canta al futuro sa ch’è impossibile, lo riconosce utopico, perciò la sua voce intona un inno distopico verso la nobile povertà, innalza ricordi mai passati così come se lo fossero vissuti in una dimensione ideale, ma sempre parallela da quella reale, che sfiora la pellicola pittorica d’un paesaggio marino così desolato, pur senza averne mai provato la «gravità isolante».”

Scrive ancora :

Caruso” è la poesia creata dall’inganno dell’arte. Né altro caso è che il recitativo qui si mette a nudo con l’autoschediasmo del dramma.”

Per il critico d’arte dunque, per la prima volta, Lucio Dalla potrebbe finalmente essere riconosciuto davvero “l’ultimo trovatore del falso dramma”.

NOTA STAMPA – MAURO RI RUVO

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