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Jane Austen e la potenza dell’ironia
Pubblicato
1 anno fail
Di
Gioia Nasti
L’ironia di Jane Austen: Una parodia del romanzo gotico in L’abbazia di Northanger
Jane Austen è una delle scrittrici più amate, prolifiche ed interessanti del XIX secolo. Opere quali Orgoglio e pregiudizio, Persuasione, Emma, Ragione e sentimento hanno fatto epoca e hanno rappresentato una vivida immagine della società di quel periodo. Ma c’è un’opera che rimane un po’ sullo sfondo e che invece ci presenta un’altra caratteristica della scrittrice inglese che non deve essere sottovalutata: l’ironia.
Sto parlando di L’abbazia di Northanger, uno dei primi romanzi scritti dalla Austen eppure pubblicato postumo da suo fratello Henry nel 1818. In un’epoca in cui i romanzi gotici spadroneggiavano sulla scena letteraria, Jane Austen scrive un romanzo che prende bonariamente in giro questo filone e mette in guardia le giovani donne sulla distinzione tra finzione e realtà.
Il libro si apre già con una nota fortemente ironica sulla protagonista, Catherine Morland, che viene descritta dalla narratrice per ciò che NON è in confronto alle eroine gotiche: non ha un padre cattivo, non è orfana di madre, non ha sorelle segregate nelle stanze della sua casa, non è bella, non è coraggiosa, né arguta.
Infatti, spiega, “nessuno che avesse conosciuto Catherine Morland nella sua infanzia avrebbe mai supposto che il suo destino sarebbe stato quello di essere un’eroina”.
Insomma, Catherine è un’adolescente normale, comune e senza grandi aspettative. Le sue avventure cominciano quando gli Allen, vicini di casa, la invitano a passare con loro qualche giorno a Bath. Qui Catherine conosce prima i fratelli Isabella e John Thorpe, poi Eleonor e Henry Tilney. Scambiata dal generale Tilney, padre di questi ultimi, per una ricca ereditiera, viene invitata da questi a soggiornare per qualche tempo presso la loro dimora nell’abbazia di Northanger.
La lettura dei romanzi gotici della signora Radcliffe le fa immaginare un’abbazia in rovina, un malvagio che l’aspetta lì, misteri e segreti da scoprire, ma la delusione ben presto si rivela in tutta la sua predominanza: l’abbazia è stata ristrutturata, ci sono grandi finestre con tanta luce. Ma Catherine non molla; scopre che la signora Tilney è morta e immagina che la donna sia tenuta segregata da qualche parte. È soltanto alla fine che Henry la fa ragionare e lei si rende finalmente conto che ciò che ha letto nei libri non è necessariamente la realtà.
L’abbazia di Northanger è anche un romanzo di formazione; lo si può notare nella crescita graduale della protagonista, che, da ragazzina ingenua e sognatrice, alla fine si dimostra una donna capace di giudizio e saggezza. E sullo sfondo, come nei grandi romanzi della Austen, la società britannica del XIX secolo, con i suoi piccoli riti mondani, le grettezze degli uomini, i balli in società, i divertimenti tipici della borghesia agiata, ma anche le ipocrisie e le relazioni superficiali, e talvolta opportunistiche, che la caratterizzano.
Ma ciò che risalta sopra tutto l’impianto narrativo è quella sottile ironia che pervade il romanzo dalle primissime righe e che fa l’occhiolino irriverente, ma in maniera bonaria ed affettuosa, al filone del romanzo gotico tanto in voga ed apprezzato e ricercato in quel periodo.
Della presentazione iniziale della protagonista abbiamo già detto; ma ci sono altri dettagli seminati in tutto il testo che rimandano continuamente al gotico, e soprattutto ai romanzi della Radcliffe: innanzitutto l’amicizia con Isabella Thorpe e la condivisione dell’amore per la scrittrice, un uomo che ci si aspetta perfido, il generale Tilney, ma che in realtà è solo un uomo gretto e legato ai soldi, un’abbazia che ci si aspetta luogo spettrale ma che invece è una residenza piena di luce e avara di misteri, l’insistenza sull’appellativo “eroina” che invece denota ridicolaggine per la protagonista che di eroico non ha proprio nulla, il ritrovamento di un manoscritto che invece si rivela essere un conto della lavanderia, una cassapanca chiusa che nasconde nient’altro che una copertura bianca, e poi l’ululato del vento, la tempesta notturna, porte che sbattono, scricchiolii, una candela che si spegne improvvisamente.
La parodia è ovunque ed è incredibilmente esplicita, perché alla fine non ci sono misteri da scoprire, ma c’è soltanto un percorso da fare per passare dall’ingenuità della fanciullezza alla saggezza dell’età adulta, nella quale ci si rende finalmente conto che è bello farsi cullare dalle illusioni di una vita avventurosa e movimentata, in cui dimostrare tutto il proprio valore, ma la realtà è tutta un’altra cosa.
Gioia Nasti

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