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Mìcol Mei, scrittrice e artista racconta Pola.M

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Mìcol mei

Mìcol Mei, in un’intervista, racconta il progetto Pola.M, un percorso artistico fotografico in sei polaroid finito anche su shopper

In occasione della pubblicazione del progetto artistico di Mìcol Mei, intitolato Pola.M, per il magazine Punto abbiamo voluto intervistare l’autrice per addentrarci più in profondità nella sua arte e nelle sue diverse possibilità. Vediamo insieme che cosa ha risposto alle curiosità che le abbiamo rivolto.

Buongiorno Mìcol, è un onore e un piacere che lei abbia accettato di partecipare a questa intervista. Lei nasce come scrittrice di un’opera che il pubblico ha amato tanto, “Il richiamo del dirupo” (Miraggi Edizioni), ma a uno sguardo più attento non potrà esser sfuggito che anche in quel romanzo l’arte non si esaurisce nella scrittura, perché il suo è un libro ricco di rimandi storici, filosofia, musica e pittura. Viene da pensare che lei abbia sempre vissuto in mezzo all’arte. Qual è il suo rapporto con l’arte in generale? Che cosa significa per lei l’arte?

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L’Arte considerata come ‘Arts’, l’insieme di tutte le Arti, è per me senza dubbio uno dei motivi per cui esisto e sono in grado di vivere. Si tratta di una necessità paragonabile a cibo e acqua, una linfa che cerca un modo di essere che prima non c’era. Non so immaginare la mia vita senza Arte e fatico a pensare a un mondo in cui l’Arte non esiste. L’Arte è il nostro inconscio collettivo, la nostra memoria, le nostre cicatrici. L’arte è la storia di noi esseri umani.

Di recente ha pubblicato il suo primo progetto fotografico, Pola.M, una collezione di sei polaroid che contemplano e mettono in risalto l’imperfezione umana. Il nome del progetto, però, ai fruitori più attenti non potrà che suggerire un riferimento importante al film del regista Leo Carax, Pola X. Il riferimento è casuale oppure c’è un motivo che l’ha portata a intitolare così il suo progetto? Vuole raccontarci l’idea alla base di Pola.M?

Pola.M è un percorso fotografico in sei Polaroid, trattate con vari materiali, tra cui inchiostro di china e cenere. Ho amato fin da piccola utilizzare le Polaroid perché sono fotografie assolutamente private, che esistono solo per noi. Un tempo utili perché nessun fotografo avrebbe dovuto svilupparle, oggi la loro privacy tocca vette così distanti dalla pressione dell’immagine perfetta da essere rivoluzionarie. Fotografie per essere viste e amate da noi, non dagli altri. Fotografie per testimoniare. Sto per distaccarmi dal mio secondo progetto e intraprendere il prossimo come autrice perciò avevo bisogno di tornare alle mie radici e dedicarmi a un percorso che utilizzasse un linguaggio totalmente diverso. Il nome è un gioco di parole ma trae una forte ispirazione dal film Pola X di Leos Carax. L’intento delle mie Polaroid è quello di raccontare la storia dell’imperfezione, della caduta dell’eroe, dell’abisso che trascina tutti gli Icaro di questo mondo. Imparare ad amare le crepe perché come ha affermato Leonard Cohen, è da lì che proviene la luce.

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Concentrandoci sull’ultimo suo progetto, Pola.M, ci piacerebbe sapere in che modo è nata e si è evoluta la sua passione per la fotografia. Ha mai seguito degli studi di approfondimento per conoscerla più a fondo e poterla utilizzare come mezzo espressivo artistico? Ci sono dei modelli – o delle correnti artistiche – a cui si ispira per i suoi lavori? Se ci sono, quali sono i suoi riferimenti?

Credo di essere una delle ultime persone ad essere andate ‘a bottega’ come si faceva un tempo, lavorando da assistente di un professionista tecnico dell’arte in grado di formarci ‘facendo’. Il contemporaneo ‘learning by doing’. Ho imparato tardi a usare mezzi digitali perché la mia formazione è totalmente classica, pellicola e per lo più bianco e nero. A 19 anni ho cominciato ad esporre e partecipare a concorsi di fotografia con le mie bizzarre immagini concettuali, più vicine allo sguardo di Lee Miller che al grande uso di post produzione con Photoshop. La fotografia con interventi pittorici è un mio modo espressivo certamente influenzato da Man Ray, Saul Leiter e Diane Arbus mischiati a Burri, Afro, Fontana.

Rispetto alla scrittura, qual è secondo lei, un pregio della fotografia e quali invece sono i suoi limiti? In fondo, scrittura e fotografia sono due arti molto diverse ma ciononostante condividono molti punti di contatto, in primis la possibilità di esser comprese solo nel silenzio e tramite la contemplazione assoluta. Quali differenze incontra tra la scrittura e la fotografia – sia in termini di realizzazione, in quanto artista, che di fruizione?

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La fotografia ha l’assoluto vantaggio, come la musica, di risultare universale. È immediatamente fruibile per chiunque. La letteratura ha bisogno della traduzione. Un secondo passaggio è obbligatorio. Mi domando se però sia davvero così semplice ‘leggere’ un’immagine, con sottintesi, utilizzo dei colori, saturazione, soggetto, ecc… Sono linguaggi diversi, forme di comunicazione differenti ma orientate a suscitare reazioni in chi legge o osserva. Serve attenzione e sacrificio per comprendere qualsiasi cosa. L’immagine trionfa nella nostra società dello spettacolo debordiana, come veicolo di un falso ideale, iconoclasta e terrificante nella sua apparente perfezione. Non mi piace come viene percepita oggi, detesto a pelle tutto quello che mi sa di falso, inautentico.

In un’epoca in cui ognuno di noi ha a portata di mano un telefonino e una buona fotocamera, che cosa rende assimilabile al concetto artistico una semplice fotografia? C’è qualche fotografia che lei non ha scattato con l’intento di fare arte ma che poi lo è diventata conseguentemente?

Una fotografia è buona se sono buoni occhi, cuore e testa di chi sta scattando. Non importa se si tratta di uno smartphone o di una Hassenblad o se tecnicamente l’immagine sia equilibrata o meno. L’Arte mira alla idea, al trasformare qualcosa di quotidiano in meraviglia. Tra intenzione e risultato passa un oceano, per cui il caso è molto importante nella creazione. Quando la fotografia perde ogni vanità ed egoismo e rappresenta il mondo tramite gli occhi di chi scatta non può che risultare interessante.

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Alla base di Pola.M, come si è detto, c’è l’intento di negare quei canoni di perfezione a cui ci sentiamo continuamente chiamati e dentro cui restiamo intrappolati. Ma se è vero che la perfezione è solamente un concetto illusorio, il desiderio di raggiungerla, in partenza, non può che rappresentare una promessa non mantenuta. Anche nel suo romanzo d’esordio, d’altronde, la speranza non è che un inganno, una trappola: vuole spiegarci meglio il suo pensiero a tal proposito?

Lo scrivo ne ‘Il richiamo del dirupo’, la perfezione è terribile. Come insegna il maestro Andrej Tarkovskij  «Un artista non lavora mai in condizioni ideali. Se esistessero la sua opera non esisterebbe perché vivrebbe nel vuoto. Deve esistere una sorta di pressione. L’artista esiste perché il mondo non è perfetto. Se così fosse l’uomo non cercherebbe l’armonia, semplicemente vivrebbe in essa. L’arte nasce da un mondo mal progettato.» Ci ritroviamo di fronte nuovamente a una presa di coscienza, siamo il prodotto delle nostre scelte, libere ma obbligate, nel bene e nel male. Siamo cosa decidiamo di fare con cosa ci è stato e ci è stato fatto. L’Arte in questo senso si pone come l’azione, la creazione che si contrappone all’attesa di risposta, alla delega, al desiderio gettato nel pozzo. L’arte rigetta la promessa della speranza, decide di costruire concretamente una possibilità, uno spazio di verità, un giardino segreto interiore. È la risposta ala domanda principale.

Nel corso della sua carriera lei ha posato anche come modella d’arte per importanti fotografi e ritrattisti, qual è la differenza principale tra lo stare difronte o dietro l’obiettivo? Tra l’essere arte e l’essere artista?

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Quando si posa per un ritratto non siamo veramente noi a essere dipinti, ma la versione dell’artista di noi. Dettagli che a noi sfuggono, un polso magro, delle ciglia folte, possono diventare centrali, finire per essere il fulcro di un’opera. Quando si posa si accetta di perdere il controllo su cosa rappresentiamo per cedere questa libertà all’artista. Se si è noi autori, diventiamo registi di un film per fotogrammi. Col tempo e l’esperienza nelle mie collaborazioni con vari artisti ho sempre più voce in capitolo e dirigo le immagini accanto a colui che le crea.

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