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Esteri

Mladić sepolto a Belgrado, tensioni dopo gli onori al boia di Srebrenica

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Migliaia di persone hanno partecipato a Belgrado all’ultimo saluto dell’ex generale condannato per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità.

L’ultimo saluto a Belgrado

Migliaia di persone si sono radunate il 7 settembre a Belgrado per l’ultimo saluto a Ratko Mladić, l’ex comandante delle forze serbo-bosniache condannato in via definitiva all’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Mladić, morto il 27 agosto all’età di 84 anni mentre scontava la pena all’Aia, è stato sepolto nel cimitero di Topčider, accanto alla figlia Ana, morta nel 1994.

Il patriarca della Chiesa ortodossa serba Porfirije ha officiato il rito religioso nella chiesa di San Luca. La cerimonia ha visto anche la presenza di personale militare e onori che hanno contribuito ad accendere il dibattito politico internazionale.

Ministri e rappresentanti politici presenti

La partecipazione di esponenti delle istituzioni serbe e della Republika Srpska ha conferito all’evento una forte rilevanza politica.

Secondo le fonti internazionali, erano presenti ministri del governo serbo, il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik e l’ambasciatore russo in Serbia Alexander Botsan-Kharchenko. Ha partecipato anche Danilo Vučić, figlio del presidente serbo Aleksandar Vučić, mentre il capo dello Stato non era presente.

La presenza di figure politiche ha immediatamente alimentato le polemiche, soprattutto per il significato attribuito da una parte dei partecipanti alla figura dell’ex generale.

Il genocidio di Srebrenica e la condanna definitiva

Ratko Mladić comandò l’esercito della Republika Srpska durante la guerra in Bosnia tra il 1992 e il 1995.

Il Tribunale internazionale dell’Aia lo ha riconosciuto responsabile di alcuni dei più gravi crimini commessi in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. La condanna definitiva ha riguardato il genocidio di Srebrenica, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

Nel luglio 1995, a Srebrenica, furono uccisi oltre 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi. La condanna ha riguardato anche persecuzioni contro le popolazioni non serbe e il ruolo dell’ex comandante durante l’assedio di Sarajevo.

Nel 2021 la giustizia internazionale ha confermato in via definitiva la condanna all’ergastolo.

La reazione dell’Unione Europea

L’evento ha provocato reazioni anche sul piano internazionale. L’Unione Europea ha ribadito la propria posizione contro qualsiasi forma di glorificazione di persone condannate per genocidio e crimini di guerra.

La questione assume un particolare rilievo nei rapporti tra Belgrado e Bruxelles. La Serbia è infatti candidata all’ingresso nell’Unione Europea e il confronto con il passato delle guerre jugoslave resta uno dei temi più delicati nel percorso di riconciliazione dell’intera regione balcanica.

Il rifiuto del revisionismo storico e il rispetto della memoria delle vittime rappresentano per le istituzioni europee elementi fondamentali nella costruzione di una pace duratura.

Una memoria ancora profondamente divisa

A oltre trent’anni dalla guerra in Bosnia, la figura di Ratko Mladić continua a dividere profondamente l’opinione pubblica nei Balcani.

Da una parte restano le sentenze definitive dei tribunali internazionali e il ricordo delle migliaia di vittime. Dall’altra, una parte del nazionalismo serbo continua a considerare l’ex generale una figura da celebrare.

È proprio questa frattura a rendere ancora complesso il processo di riconciliazione. La morte di Mladić chiude definitivamente la vicenda personale di uno dei principali protagonisti della guerra in Bosnia, ma non cancella il peso della memoria storica.

Srebrenica continua così a rappresentare una ferita aperta nella coscienza europea e balcanica, mentre il confronto tra memoria, giustizia e nazionalismo resta uno dei nodi irrisolti dell’ex Jugoslavia.

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