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La Cappella Sansevero: Tra Arte, Mistero e Simbolismo a Napoli
Pubblicato
2 anni fail
Di
Gioia Nasti
Un viaggio nel cuore di Spaccanapoli tra capolavori scultorei, enigmi massonici e leggende affascinanti
Gioiello senza tempo e scrigno di splendore, la Cappella Sansevero sembra quasi nascondersi in un vicoletto di Spaccanapoli, ma i turisti che la prendono d’assalto tutti i giorni sanno bene dove andare per poter godere di cotanta bellezza.
La cappella doveva essere in realtà un mausoleo di famiglia, da erigere accanto al palazzo di Sangro. I lavori cominciarono intorno al 1740, e Raimondo si impegnò in prima persona per la sua ristrutturazione. Il primo ad essere convocato dal principe fu Corradini, ma l’architetto morì poco dopo e Raimondo dovette rivolgersi ad altri.
Il soffitto fu affrescato nel 1748 da Francesco Maria Russo con colori oloidrici, invenzione del principe stesso, mentre i medaglioni e la statua del Disinganno furono opera di Francesco Queirolo.
La straordinarietà della cappella, che Raimondo chiese di mantenere intatta dopo la sua morte, ha molteplici aspetti.
Innanzitutto, è un omaggio alla sua famiglia, caratterizzato dai meravigliosi monumenti funebri dei suoi antenati, ma essa è anche uno scrigno pieno di simboli massonici e un percorso iniziatico: obelischi, colombe, il triangolo, il delta, il pavimento a labirinto e, non da ultima, la cripta come grotta iniziatica.
Ma la Cappella Sansevero incanta e rapisce soprattutto per le straordinarie opere artistiche che vi sono ospitate, a partire dall’affresco che adorna il soffitto, dipinto con colori brillanti, inventati dal principe Raimondo. Le tombe sulle pareti sono dedicate ad antenati famosi, ma tra loro spiccano senza dubbio i due monumenti dedicati ai suoi genitori.
Il Disinganno fu dedicato al padre Antonio e rappresenta un uomo che tenta di liberarsi da una rete che lo avvolge. L’eccezionale rete di marmo rappresenta i vizi giovanili di Antonio di Sangro, ma l’opera è un ammonimento a non lasciarsi traviare dalle tentazioni. Una leggenda affermava che la rete fosse vera e fosse stata marmorizzata in seguito; in realtà, fu l’ignoranza e la cattiveria dei nazisti, che ne ruppero un pezzo, a confermare invece che era interamente di marmo.
L’altra meravigliosa statua della Pudicizia è invece dedicata alla madre, Cecilia Gaetani, che Raimondo perse appena nato. Essa rappresenta una giovane donna velata, che poggia la mano su una lapide spezzata, simbolo della sua morte prematura. A decorare l’opera, uno splendido bassorilievo sul quale viene rappresentato l’episodio evangelico del Noli me tangere. Altra opera degna di nota è il monumento a Cecco di Sangro, rappresentato nel momento in cui esce da una bara con la spada sguainata.
Il monumento riporta un episodio realmente accaduto nella vita di Cecco, il quale si fece seppellire in una bara all’interno di un castello per poterlo conquistare in una delle numerose battaglie che combatté nella sua vita.
Ma è chiaramente il Cristo velato l’opera più incredibile di questa cappella, che si trova al centro della stessa. Scolpita da Giuseppe Sammartino in soli tre mesi, l’opera è magnifica sotto diversi punti di vista. Essa mostra il corpo morto di Cristo, adagiato su un materasso, con la testa reclinata poggiata su due cuscini, ma l’elemento più particolare è certamente il velo che, aderendo perfettamente al corpo morto, ne mette in evidenza i segni dei chiodi, i dettagli anatomici, gli occhi chiusi, perfino una vena ancora gonfia sulla fronte.
La maestria di Sammartino, anche in questo caso, ha suscitato due falsi miti: il fatto che Raimondo di Sangro avesse accecato l’autore perché non potesse riprodurre mai più una simile magnificenza e il fatto che il velo, anche questa volta, fosse di tessuto, marmorizzato con una sostanza creata dal principe.
Scendendo nella cripta, ci si rende conto che le meraviglie contenute in questo fantastico scrigno non sono ancora esaurite. Le macchine anatomiche sono opere di una rara bellezza e precisione. La leggenda narra che Raimondo di Sangro avesse iniettato una sostanza a due suoi servi, un uomo e una donna incinta, per pietrificare all’istante il loro flusso sanguigno.
Nel 2006, un cardiologo dell’ospedale San Gennaro di Napoli, dopo un attento studio, affermò che non poteva trattarsi di mummificazione perché nel sistema cardiovascolare c’erano delle imprecisioni che avrebbero reso impossibile la sopravvivenza.
Le macchine furono quindi confermate come riproduzioni quasi perfette in cordami, fil di ferro, resina e cera.
Tuttavia, le ossa erano veramente umane, probabilmente prelevate dal vicino cimitero delle Fontanelle. Il feto della donna, invece, andò perso, presumibilmente rubato durante una visita.
L’unica pecca è la fila per entrare, a volte chilometrica in occasione delle festività, ma, vi assicuro, ne vale veramente la pena!

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