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Il Napoletano, lingua UNESCO
Pubblicato
2 anni fail
Di
Gioia Nasti
L’evoluzione della lingua napoletana: crocevia di culture e specchio della storia
Che la città di Napoli fosse da sempre un crogiuolo di nazionalità, culture, tradizioni, religioni e lingue era risaputo fin dagli albori. Il Sud Italia, trovandosi al centro del Mediterraneo, era già in principio un crocevia di commerci per la sua posizione strategica.
E fu proprio questa posizione privilegiata ad accogliere, come una madre, viaggiatori, mercanti e conquistatori da ogni dove, che, nei millenni, hanno lasciato le loro impronte sul territorio e nella lingua.
Le lingue sono dei sistemi vivi, che crescono, si sviluppano e si trasformano in base agli eventi delle popolazioni che su un determinato territorio si incontrano e interagiscono. Così, anche la lingua napoletana, da sempre accogliente come il suo popolo, ha fatto tesoro dei termini, della grammatica e delle sfumature di popoli amici o conquistatori.
Prima della conquista romana, le terre campane erano state abitate da Sabini, Lucani, Lestrigoni, Sanniti, ai quali vanno aggiunti i greci occupanti la zona della Magna Grecia. Quando i Romani arrivarono e conquistarono quelle zone, apportarono il contributo fondamentale che in breve condusse alla nascita del latino volgare campano. È infatti impensabile che il popolo parlasse il latino perfetto e forbito della letteratura; piuttosto, si trattava di una lingua cosiddetta “minore” affiancata alla lingua classica, così come oggi esiste l’italiano scritto e quello parlato.
Allo stesso modo, non è pensabile affermare che ci sia stato un momento preciso in cui si sia passati dal latino al volgare, perché, in quanto organismo vivo appunto, la lingua evolve lentamente. Si possono però ravvedere dei testi in cui, per la prima volta, si stato utilizzato il volgare anziché il latino.
È il caso dei famosi Placiti Cassinesi, datati tra il 960 ed il 963, che stabilivano il possesso di alcune terre da parte dell’Abbazia di Montecassino. Anche la disgregazione dell’impero fu una delle cause che portò all’ascesa del volgare nei documenti ufficiali, ai quali era affiancato comunque il latino classico. Lentamente, anche il greco, utilizzato essenzialmente nella religione cristiana, fu sostituito dal latino, mentre il volgare prendeva un’altra via e si faceva strada anche negli ambiti più colti.
Federico II, ad esempio, istituì una scuola poetica alla sua corte, dando ampio spazio al volgare, che egli stesso utilizzò nel comporre le sue poesie d’amore. Con la creazione dell’Università, poi, la cultura napoletana cominciò a diffondersi nel Regno e rimpiazzò il latino, relegandolo ai documenti ecclesiastici, a quelli ufficiali e alle opere scientifiche. Anche la scrittura fece la sua parte: la Beneventana fu sostituita dalla littera napolitana, una nuova scrittura a carattere gotico che non prevedeva spazi tra le lettere.
Con l’arrivo degli Angioini, la lingua ufficiale divenne il francese, ma ormai il volgare veleggiava in un mare tutto suo e, man mano, includeva termini nuovi giunti con le dominazioni straniere e con i commerci.
Comincia, in questo periodo, anche la prima letteratura in volgare napoletano, che si confronterà con i grandi autori del Trecento toscano. In questo periodo appaiono anche le prime villanelle, che saranno alla base dello sviluppo della canzone napoletana classica.
Nel 1442 arrivarono gli Aragonesi e la cultura napoletana ebbe un’impennata; Alfonso I fu un vero e proprio mecenate, contornandosi di personaggi di un grande spessore e decretando che la lingua ufficiale del Regno sarebbe stata il napoletano, anche nei documenti ufficiali. In questo periodo ci fu un fiorire di letterati provenienti da ogni angolo del Regno e di opere eccelse.
Purtroppo, la trasformazione del Regno in vicereame con gli Spagnoli nel Cinquecento, relegò di nuovo la letteratura napoletana ad uno stato marginale, fino al Settecento, quando il teatro cominciò a farla da padrone sulla scena letteraria ed il napoletano fu parlato perfino a corte dai Borbone, innamorati del loro regno e dei loro sudditi.
Il napoletano era ormai diventato una vera e propria lingua, ben strutturata, con sintassi e grammatica proprie, e poteva competere allo stesso livello della letteratura nazionale. Un colpo grosso avvenne poi nell’Ottocento, quando i più grandi poeti dialettali, come Salvatore di Giacomo e Ferdinando Russo, giusto per citarne due, cominciarono a scrivere per i musicisti, creando opere imperiture e rendendo la canzone napoletana classica immortale.
Il riconoscimento del napoletano da parte dell’UNESCO come lingua e non più come dialetto ne ha sancito definitivamente la rilevanza a livello mondiale.
Continua…
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