Esteri
USA, Trump dopo il Venezuela: nuove minacce e tensioni globali
Pubblicato
6 mesi fail

Dall’arresto di Maduro alle minacce contro Colombia, Messico e Iran, fino al ritorno sull’annessione della Groenlandia: cresce l’allarme diplomatico
Trump dopo il Venezuela: escalation di dichiarazioni e nuove fratture diplomatiche
L’operazione militare statunitense che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro non segna la fine dell’offensiva politica di Donald Trump, ma sembra piuttosto l’inizio di una nuova fase caratterizzata da minacce verbali, pressione militare e riapertura di dossier geopolitici delicati.
Nei giorni successivi all’intervento in Venezuela, Trump ha infatti ampliato il raggio delle sue dichiarazioni, chiamando in causa Colombia, Messico e Iran, e tornando su un tema che aveva già sollevato in passato: l’ipotesi di un controllo statunitense sulla Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca.
Secondo Reuters, parlando con i giornalisti, Trump ha affermato che una possibile operazione militare contro la Colombia “suona bene”, accusando il presidente colombiano Gustavo Petro di non contrastare in modo efficace il narcotraffico. Le parole del presidente hanno suscitato forte preoccupazione in America Latina, dove l’intervento in Venezuela è già percepito come un precedente pericoloso.
Messico, Iran e il messaggio di forza
Trump ha poi rivolto avvertimenti al Messico, chiedendo un cambio di rotta deciso sul controllo delle frontiere e sul traffico di droga, lasciando intendere che Washington potrebbe agire unilateralmente se non ci saranno risultati concreti. Parallelamente, osservatori internazionali e media come AP News e Al Jazeera interpretano il blitz venezuelano anche come un messaggio indiretto all’Iran, storico alleato di Caracas, nel quadro di una strategia di deterrenza globale.
Il ritorno del dossier Groenlandia
Ma è soprattutto sul fronte europeo che le dichiarazioni di Trump hanno provocato una nuova crisi diplomatica. Il presidente statunitense è tornato a parlare della Groenlandia come di un territorio “necessario per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, riaccendendo l’ipotesi — già avanzata in passato — di una sua possibile acquisizione o controllo strategico da parte di Washington.
Le reazioni da Copenaghen e Nuuk non si sono fatte attendere. La premier danese Mette Frederiksen, citata da Reuters, ha definito le affermazioni di Trump “inaccettabili”, ribadendo che la Groenlandia non è in vendita e sottolineando che gli Stati Uniti non hanno alcun diritto di minacciare l’integrità territoriale di un alleato. Frederiksen ha invitato Trump a porre fine a una retorica che rischia di minare le relazioni transatlantiche.
Ancora più diretto il commento del primo ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, che ha parlato di dichiarazioni “irrispettose verso il popolo groenlandese”, ricordando che il futuro dell’isola può essere deciso solo dai suoi abitanti. Nielsen ha ribadito che la Groenlandia è aperta alla cooperazione internazionale, ma non a pressioni o rivendicazioni esterne.
Un clima di crescente instabilità
Secondo Al Jazeera e AP News, l’insieme di queste prese di posizione contribuisce a delineare una fase di forte instabilità diplomatica, in cui l’uso della forza in Venezuela diventa il simbolo di una strategia più ampia, fondata su deterrenza, pressione e dichiarazioni muscolari.
Mentre l’arresto di Maduro rappresenta un punto di svolta nella crisi venezuelana, le successive mosse di Trump — dalla Colombia alla Groenlandia — alimentano interrogativi sulla tenuta degli equilibri regionali e internazionali, e sulla reazione degli alleati storici degli Stati Uniti.

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