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Perché i femminicidi aumentano? Una lettura criminologica

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In Italia, il numero di femminicidi continua a crescere. Dietro ogni caso ci sono storie di amore malato, di possesso e di incapacità di accettare la libertà dell’altro. Le statistiche più recenti del Ministero dell’Interno mostrano che nel 2025 le donne uccise da partner o ex partner sono già decine, e i dati non accennano a diminuire. Ogni tre giorni, in media, una donna muore per mano di un uomo che conosceva.

Questi numeri ci obbligano a guardare il fenomeno con occhi diversi: non come una serie di fatti isolati, ma come il segnale di un problema culturale e sociale profondo.

La dimensione del problema

Secondo l’ISTAT, oltre il 30% delle donne italiane ha subìto almeno una volta nella vita una forma di violenza fisica o psicologica. Il femminicidio rappresenta la fase estrema di questo continuum di abusi. Non si tratta, come spesso si dice, di un “raptus” improvviso: è un percorso che nasce nel controllo, nella gelosia e nella volontà di dominio.

La criminologia spiega che il femminicidio è il punto finale di un’escalation di comportamenti violenti. Si parte dall’umiliazione verbale, dal controllo economico o emotivo, e si arriva alla violenza fisica. Spesso la vittima è isolata, priva di reti di supporto e intrappolata in una relazione che alterna paura e speranza.

I casi recenti che hanno scosso l’Italia

Le cronache del 2025 raccontano vicende dolorose che ci ricordano quanto il problema sia diffuso. A Milano, la giovane Pamela Genini è stata uccisa dall’ex compagno dopo mesi di minacce e litigi. In Campania, la quattordicenne Martina Carbonaro è morta per mano dell’ex fidanzato, incapace di accettare la fine della loro relazione. A Salerno, Tina Sgarbini è stata uccisa dal marito, che poi ha tentato il suicidio.

Tre storie diverse, ma unite dalla stessa logica: quella del possesso. Non si tratta di amore, ma del bisogno di controllare l’altro, anche con la violenza.

Le radici criminologiche del femminicidio

Da un punto di vista criminologico, il femminicidio è una forma di violenza da controllo. L’uomo violento non sopporta la perdita di potere nella relazione e reagisce con aggressività per riaffermare se stesso. Alcune teorie, come quella del controllo sociale, spiegano che la perdita di status o di autorità personale può portare a comportamenti devianti.

La teoria dell’anomia di Merton, invece, ci dice che quando un individuo non riesce a raggiungere i propri obiettivi secondo le regole della società, può sviluppare frustrazione e agire in modo violento. Nel femminicidio, questa frustrazione si manifesta nella sfera affettiva: la donna diventa il simbolo di un fallimento personale.

Inoltre, secondo la teoria delle routine, i femminicidi avvengono spesso in contesti prevedibili — la casa, la separazione, la riconciliazione forzata — dove la vittima si trova in una situazione di vulnerabilità e l’aggressore ha accesso diretto a lei.

Il ruolo dei media e della cultura

Il linguaggio che usiamo per raccontare questi delitti è fondamentale. Parlare di “raptus” o di “amore malato” rischia di giustificare o attenuare la responsabilità dell’autore. In realtà, la violenza nasce da un modello culturale che ancora oggi tende a considerare la donna come una proprietà.

I media dovrebbero adottare un linguaggio più preciso e rispettoso, capace di evidenziare la natura strutturale del problema. Quando si minimizza la violenza, si contribuisce a normalizzarla. Al contrario, raccontare le storie delle vittime in modo consapevole aiuta a creare cultura e prevenzione.

Educare per prevenire

La prevenzione della violenza di genere deve partire dalle scuole e dalle famiglie. È necessario insegnare ai ragazzi il significato del rispetto, del consenso e della libertà affettiva. La gelosia non è amore, il controllo non è protezione.

La criminologia ci ricorda che i comportamenti violenti si imparano e, allo stesso modo, si possono disimparare. Investire in educazione emotiva e formazione relazionale significa costruire una società più consapevole, capace di riconoscere i segnali di pericolo prima che sia troppo tardi.

Anche le istituzioni devono fare la loro parte: potenziare i centri antiviolenza, garantire protezione immediata alle donne che denunciano e sostenere programmi di recupero per gli uomini maltrattanti.

Il femminicidio non è un fatto di cronaca nera, ma uno specchio della nostra società. Aumenta quando le relazioni si basano sul dominio e diminuisce solo quando la cultura del rispetto diventa la norma.

Capire le cause attraverso la criminologia ci aiuta a non fermarci alla superficie dei fatti, ma a vedere ciò che li genera: il bisogno di potere, la paura della libertà altrui e la mancanza di educazione all’empatia.

Parlarne, informare e comprendere sono i primi passi per cambiare davvero.

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