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Paese che vai, amuleto che trovi!
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2 anni fail

Superstizione e talismani: Un viaggio globale tra fortuna e amuleti, dall’eptacaidecafobia alla tradizione delle culture del mondo
Quando, nel mese di novembre, il giorno 17 cade di venerdì, la mente di ognuno è combattuta dal dubbio: la superstizione è credenza medioevale o anche in questo millennio, vale il detto “non è vero, ma ci credo!”?
Il termine “Eptacaidecafobia” indica appunto che la paura del “Venerdì 17” ha origine antichissime. Già dai tempi di Pitagora, il numero tra il 16 e il 18 non era molto “amato”, in quanto ritenuto matematicamente meno perfetto; se poi, si considera che nel Vecchio Testamento è riportato che il Diluvio Universale è cominciato il 17 e che la morte di Gesù è avvenuta di venerdì, si comprende quanto l’associazione negativa di questa data sia legata a cattivi presagi.
Il primo pensiero di qualsiasi superstizioso è quello di contrastare gli influssi negativi, magari semplicemente attuando una serie di rituali o gesti scaramantici universalmente riconosciuti: dal “toccare ferro”, derivante dall’impulso istintivo di ricorrere alle armi, al “toccare legno” risalente alla sacralità della Croce cristiana o prima ancora agli spiriti degli alberi nelle leggende nordiche, fino all’estremo (inelegante, quindi non consentito in pubblico) “toccare altro”! In questo giorno ritenuto tradizionalmente infausto, amuleti e talismani da accessori diventano indispensabili da indossare o portare con sé.
È risaputo che la Fortuna, proprio come è rappresentata negli Arcani maggiori dei Tarocchi, è una ruota che gira e la sua alternanza con la cattiva sorte ha contribuito a fare nascere superstizioni diverse e relativi rimedi, ovunque nel mondo. I differenti portafortuna nelle diverse culture del mondo assicurano protezione efficace ai viaggiatori nelle singole destinazioni, risultando anche ottimi souvenir da collezionare o regalare, per una scaramanzia che non conosce confini.
Dalla tradizione dei nativi americani (con la quale condividiamo la simbologia beneaugurante del ragno, che per noi, “è guadagno”), ci arriva l’”acchiappasogni”: si tratta di un oggetto di forma circolare, fatto di fili intrecciati simulanti una ragnatela, da tenere appeso in prossimità del letto, che aiuterebbe a tenere lontani gli incubi di notte. Altro insetto famoso per il suo ruolo benevolo è lo scarabeo. Nell’antica civiltà egizia, questo insetto, tramandato fino a noi nelle tonalità dell’azzurro, era il simbolo di trascendenza: la tradizione di posare un manufatto con le sembianze di questo insetto sul cuore dei defunti, garantiva loro il passaggio nell’Aldilà. In molti paesi del Mediterraneo, è il blu profondo e intenso del Nazar, l’occhio vitreo (per alcuni di Medusa, per altri di Allah, secondo i culti e le tradizioni) attento e sorvegliante, a proteggere dal malocchio.
A dare una mano alla fortuna, invece, ci pensa, letteralmente, la riproduzione metallica di un arto femminile, chiamato Mano di “Fatima” o “Miriam”. Nonostante le evidenti diversità, Ebrei e Musulmani hanno in comune lo stesso portafortuna che, col suo numero cinque, rappresenta sia i libri della Torah che i pilastri dell’Islam e la sua appartenenza femminile simboleggia la fede, la pazienza e l’autocontrollo, per cui spesso utilizzata a protezione della casa.
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Proseguendo verso l’estremo Oriente, la sacralità degli animali, reali e immaginari, resta la fonte di ispirazione per gli amuleti più utilizzati. L’elefante bianco della Thailandia, rigorosamente con la proboscide verso l’alto, un tempo perfino icona sulla bandiera del regno, è augurio di forza e longevità. Nell’isola di Bali, la lotta tra il Bene e il Male viene rappresentata, teatralmente e musicalmente, in un’importante danza rituale: lo spirito del Barong, un demone mitologico, con il corpo di leone e la testa di cane pechinese, si oppone alle forze distruttici di Rhangda, sua nemesi.
La maschera del Barong è dunque la protezione più efficace contro qualsiasi influsso negativo. In Giappone, non esiste abitazione o attività commerciale, invece che non esponga all’ingresso un esemplare di Maneki Neko, il famosissimo gattone sorridente che saluta: se in alto è la zampa destra, il suo benvenuto è per la fortuna in generale, se invece, è la sinistra, sono in arrivo soldi e prosperità. In Italia, ci si affida alla rarità dei quadrifogli, alla simpatia delle coccinelle e alla resistenza dei ferri di cavallo, forgiati dal fuoco e dunque opponibili agli influssi malefici di qualsiasi essere infernale.
Il tour nel mondo della superstizione non può che atterrare a Napoli, dove il rimedio più efficace a qualsiasi tipologia di sfortuna è il corno. Si tratta di una rappresentazione stilizzata di un organo sessuale maschile che sottintende fertilità e prosperità, ma solo se rispetta alcune caratteristiche fondamentali. Il corno deve essere rosso, storto, con la punta e rigorosamente fatto a mano: la sua eventuale rottura attesta l’avvenuta protezione, il pericolo scampato.
Nella città che vive all’ombra di un potentissimo vulcano dormiente, in cui la sicurezza del presente è un’illusione che dura troppo poco, nella città in cui da sempre “ognuno aspetta ‘a ciorte”, l’unica certezza è che nessuno può acquistare il potente amuleto per sé: il corno deve essere regalato, perché la Fortuna, si sa, è un dono, e agli scettici si suggerisce la saggezza di Eduardo De Filippo che affermava: “Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo, porta male!”





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