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Sebastian Ruggiero, autore di Intrigo sull’Olimpo si racconta

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Sebastian Ruggiero

Sebastian Ruggiero, vincitore del Premio Romanzo e Mitologia risponde alle nostre domande raccontando il suo romanzo d’esordio

Si intitola “Intrigo sull’Olimpo” il romanzo d’esordio dello scrittore sardo Sebastian Ruggiero.

Pubblicata per l’editore Giovane Holden, l’opera trae ispirazione dal noto mito legato attorno al rapimento della giovane Persefone, a opera del più temibile degli dei, il re degli Inferi, Ade.

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Per conoscere più da vicino lo scrittore e il suo romanzo d’esordio gli abbiamo posto alcune domande. Ecco cosa ci ha raccontato.

Sebastian Ruggiero. Insegnante di scuola primaria, oggi Dirigente Scolastico presso un Istituto Comprensivo di Arbus (Su). Dal 2023, con il Suo “Intrigo sull’Olimpo” anche scrittore. Viene immediato chiederle in che modo riesca a dividersi tra gli impegni lavorativi e quelli per la scrittura. Ci sono dei momenti in cui ha dovuto sottrarre tempo a una delle due attività per favorire l’altra?

«Grazie della domanda, perché mi offre l’opportunità di parlare anche della mia professione. “Intrigo sull’Olimpo” nasce ancor prima che iniziassi il mio lavoro da Dirigente Scolastico, ossia quando ero un maestro di scuola primaria. Uso la parola “maestro” con la fierezza di essere stato un insegnante di scuola primaria e con l’importante peso che ha questo termine. La scrittura è una passione che mi ha sempre accompagnato, ma che negli anni ho dovuto accantonare per i maggiori impegni lavorativi. La professione da Dirigente Scolastico è molto impegnativa e talvolta, purtroppo, assorbita dalla dimensione burocratica che fagocita il nostro ruolo che in realtà nasce più come visione di un leader educativo che come quella di un solerte burocrate. Sicuramente il mio mestiere (anche per una vile ragione economica) assorbe la maggior parte del mio tempo, direi quasi l’intera quotidianità. La scrittura è un dono che mi faccio, una boccata d’aria tra le molestie burocratiche».

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In che modo è nata la passione per la scrittura: è arrivata prima l’idea del romanzo o la vocazione di individuare un nuovo modo per veicolare storie pregne di sapienza e insegnamenti? Quando ha compreso di voler narrare il mito del rapimento di Persefone – e se c’è, qual è la ragione che l’ha portato a sceglierlo?

«La passione per la scrittura è nata fin dalla più tenera età. Fin da piccolo nutrivo il sogno di diventare uno scrittore e di vedere i miei componimenti tra gli scaffali delle librerie o delle biblioteche insieme agli altri immortali. Insieme alla passione della scrittura è poi maturata la vocazione dell’insegnamento. Riprendo il termine “vocazione” perché insegnare è una chiamata, una missione importante che non può e non deve essere presa a cuor leggero o vissuta come ripiego. I nostri alunni e le nostre alunne meritano di avere di fronte a loro persone capaci e preparate che sappiano trasmettere conoscenza, non mero contenutismo, ma saperli appassionare, renderli partecipi e protagonisti del processo di apprendimento. “Fare lezione” con soggetti in formazione non significa improvvisarsi ma arrivare ad un appuntamento importante con la giusta preparazione, consapevoli di dover dare risposte alle domande dei nostri alunni i quali sono soggetti dell’apprendimento, non oggetti da riempire. Certamente la vocazione dell’insegnamento ha avuto nella mia formazione un peso specifico importante, riprendendo il testo della sua domanda, proprio per veicolare storie. E da questa esperienza sono nati tanti racconti e soprattutto “Intrigo sull’Olimpo”. Insegnando ho avuto modo di percepire l’interesse dei miei alunni verso i temi mitici. E questa percezione, a distanza di anni, mi è stata confermata proprio dai miei allievi, oramai già adulti, che in occasione delle presentazioni del libro ricordavano divertiti le attività di simulazione sulle divinità greche o aneddoti sulla mitologia. L’ispirazione per il mito di Persefone nasce, in verità, banalmente, negli anni del liceo, a seguito della traduzione di un testo latino sul rapimento della dea. Già in quegli anni mi intrigò quell’avvenimento che interpretai come una sorta di primo episodio di cronaca nera. Da lì poi scaturì un interesse maggiore verso l’epica e verso i significati del mito, oltre a quello dell’alternarsi delle stagioni, il tema della rinascita».

I Suoi sono due metodi differenti di trasmettere e raccontare le nostre origini: da una parte l’insegnamento, dall’altra la scrittura. Per quanto i metodi si rivelino in qualche modo affini tra loro, quale dei due ritiene più efficace, e quali differenze riscontra nelle due diverse modalità? Ci sono delle qualità o dei vantaggi che riscontra in uno e che invece non individua nell’altro?

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«Certamente la sostanziale differenza sta nella relazione, immediata nell’insegnamento, mediata nella scrittura. Vi è la innegabile diversità nelle caratteristiche proprie del parlato e dello scritto, tratti paralinguistici, prossemici, gestualità, assenti nella comunicazione scritta. Recalcati, ne “L’ora di lezione”, parla di una erotica dell’insegnamento in cui le ore di lezione possano essere avventure, incontri, esperienze intellettuali ed emotive profonde. E al tempo stesso il libro deve diventare un corpo in movimento che trasfonda la passione, il desiderio. Condivido pienamente questa visione. Pur mantenendo le caratteristiche proprie dello scritto, cerco nei dialoghi di creare una dinamica che possa rievocare la relazione quotidiana, rendere una immediatezza in cui il lettore possa riconoscersi. Entrambi hanno come finalità quello di trasmettere conoscenza, proprietà del linguaggio, arricchimento del lessico».

Quando nasce il Suo interesse per la letteratura classica? Che cosa La ha attirata maggiormente verso tale filone, prima come lettore e studioso – e poi come scrittore?

«Il mio interesse verso il mondo della mitologia nasce fin da piccolo, per poi essere approfondito negli anni attraverso lo studio della letteratura classica. È da quel mondo che deriva tutta la nostra cultura, i loro temi sono senza tempo. I poemi omerici, che da piccolo lessi in una versione illustrata adatta alla mia età, nonché alcuni brevi volumi sui miti e leggende greche, mi hanno catapultato in quel mondo in cui mi piaceva già immaginare incontri e racconti. Confesso anche che, per esercitarmi nello studio del latino, amavo cercare versioni da tradurre che avessero come temi estratti dei miti greci e latini. Questa passione verso questo mondo è poi proseguita fino a maturare in questa mia versione particolare dell’epica».

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Anche se oggi pensiamo alla mitologia come qualcosa di scritto e per questo mitografico, ben sappiamo che in realtà la tradizione secolare del mito individua le proprie origini nell’oralità: storie tramandate di generazione in generazione e rese vive anche grazie al rapporto costituto tra gli attori e il pubblico. Nel Suo romanzo l’effetto garantito dai dialoghi è significativo rispetto allo sviluppo della narrazione: in quale modo è riuscito a infondere ai suoi personaggi la credibilità che si riscontra? C’è stata qualcosa che l’ha aiutata a farlo o, data la sua conoscenza dell’arte classica, Le è venuto naturale?

«Come ho detto poco fa, rendere le scene dialogiche in un testo scritto è un compito delicato in quanto si deve cercare di trasferire in un altro registro un codice non proprio. Il rischio è quello di creare scene slegate al racconto, poco dinamiche e staccate dal contesto del racconto. Una delle migliori critiche che mi vengono fatte sta nell’essere riuscito a rendere i dialoghi coerenti e funzionali al racconto. È un importante apprezzamento».

Dato il successo generale proprio dell’esperienza del retelling in chiave moderna del mito, pare evidente che il genere classico sia qualcosa che continua ad avere tanto da dirci. In che modo la mitologia tanto ricca di profezie, divinità e avventure straordinarie, secondo Lei contribuisce a rendere l’esperienza mitologica contemporanea e al contempo universale?

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«Mi vengono in mente due risposte che forse appaiono tra di loro discordanti. Approcciarsi alla lettura del classico o di una sua rivisitazione è forse la ricerca di una fuga dalla realtà verso un mondo ben regolato, per certi versi noto e rassicurante. Per altro conto, però, proprio quei temi trattati, quei topoi letterari, tornano costanti anche nel mondo odierno, sono temi ricorrenti per ognuno di noi, costitutivi del nostro patrimonio culturale. D’altronde, parafrasando Orazio “Grecia capta ferum victorem cepit”, La Grecia conquistata conquistò il selvaggio vincitore, ossia i Romani, possiamo dire che ancora oggi quel mondo non ha smesso di conquistare anche noi contemporanei».

Intrigo sull'Olimpo

Personaggi imperfetti, tanto complicati quanto reali, guidati dalla passione e spesso in lotta con le regole divine a cui sono chiamati. Si può dire che le protagoniste del suo romanzo “Intrigo sull’Olimpo” incarnino molti dei difetti propri degli esseri umani, eppure, rispetto ai personaggi maschili, rappresentano le vere eroine del romanzo. C’è un motivo che l’ha spinta a raccontare di donne?

«Il mio tentativo, presente nel libro, è quello di scardinare un mondo epico, prevalentemente maschilista, ridando voce e ruolo ai personaggi femminili. Ecco perché hanno grande risalto soprattutto due figure femminili, Hera e Demetra, antitetiche nella loro costruzione. Mi rifaccio un po’ allo specchio della nostra realtà, con figure femminili più definite e con una maggiore fragilità del mondo maschile. Ed è anche probabilmente un mondo che conosco bene, in quanto sono cresciuto con tre donne in casa e ho lavorato per tanti anni in un settore, quello della scuola primaria, costituito esclusivamente da donne. I miei personaggi rappresentano i vizi e le virtù delle divinità che altro non sono che i vizi e le virtù della nostra umanità».

È di qualche giorno fa la premiazione del Suo romanzo al Premio “Romanzo e Mitologia” del Concorso Internazionale di Letteratura Casentino 2023. Come ci si sente a raggiungere un traguardo tanto importante? Che cosa consiglierebbe ai suoi colleghi?

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«Non credo di essere all’altezza di dare consigli ai miei colleghi. Piuttosto a chi si avvicina alla scrittura e crede in quello che ha scritto, consiglio di tentare di far conoscere il proprio lavoro. Se è meritevole, sicuramente riuscirà ad essere realizzato. Il Premio Casentino rappresenta uno splendido e inaspettato regalo. Badi bene, ci speravo, ma è stato un riconoscimento inatteso. Sono fiero e orgoglioso che una giuria costituita da esimi membri della cultura italiana, tra cui accademici, abbiano riconosciuto un valore letterario al mio testo. Iniziare questa avventura editoriale raggiungendo questo traguardo è per me motivo di grande orgoglio. Un ringraziamento particolare va di certo alla mia casa editrice, la Giovane Holden edizioni, che ha creduto nelle mie possibilità, e un grazie lo regalo anche a quella parte di me che, nonostante le traversie della vita, ha scelto di non arrendersi, ma ostinatamente ha cercato di proseguire per raggiungere i miei obiettivi».

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