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“Il buco”. La clausura raccontata prima dell’isolamento anti-pandemia visto durante la pandemia

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Il buco film 2019
Il buco - Foto Netflix

Su Netflix “Il Buco” di Galder Gaztelu-Urrutia che mostra, in vitro, le contraddizioni della società.

Scritto da David Desola e Pedro Rivero“Il buco” è un carcere con celle disposte in verticale collegate attraverso un largo passaggio tramite cui passa, dall’alto verso il basso, una tavola imbandita.

In ciascuna cella, dotata di acqua corrente, una tazza e un paio di letti, vivono solo due persone.

Il cibo potrebbe nutrire tutti i reclusi del buco, ma i primi mangiano più del necessario: ai più fortunati arrivano gli scarti, per tutti gli altri inizia una vera e propria lotta per la sopravvivenza che spinge chi vive nei piani più bassi a uccidere o strappare pezzi di carne al compagno di cella per non morire di fame.

Da tavola trimalchionica a putrida natura morta.

Ogni mese i carcerati vengono spostati di livello, ma non è chiaro quale sia il criterio. Non ci sono regole dantesche per le quali, ad ogni peccato far coincidere una pena. La verticalità della struttura farebbe pensare a gerarchie politiche, economiche o sociali, ma soltanto il caso regola la tortura cui sono costretti i detenuti.

L’unico comandamento, oltre a quello di sopravvivere, è non trattenere del cibo nella cella.

Quest’ultima diventerebbe immediatamente gelida o bollente al punto da uccidere.

Piuttosto, l’arbitrarietà con cui vengono spostati i detenuti tende a non prevedere premi e distinguere buoni dai cattivi né, di conseguenza, offrire paradisi ed inferni in base ai propri comportamenti.
Se c’è del cibo, bisogna approfittarne fin quando si può
Quando non ce n’è, vige la regola del più forte.

Un film che sa di esperimento sociale che dimostrerebbe come il comportamento individualista porti l’uomo, di fronte un disagio condiviso, non ad una naturale pietà e compassione ma a odio e violenza.

Non è chiaro nemmeno il motivo per cui esiste Il buco. Sappiamo soltanto che un’anonima amministrazione recluta gli individui attraverso un questionario e che viene loro concessa la possibilità di portare con sé un solo oggetto.

E mentre Goreng, il protagonista, interpretato da Iván Massagué sceglie un libro, il Don Quijote di Cervantes, il suo compagno di cella, Trimagasi (Zorion Eguileor) un personaggio che – nei primi minuti, nonostante il carattere ostile e nichilista – parrebbe il solito saggio anziano capace di portare esperienza e raziocino, ha con sé un coltello, uno di quelli acquistati in seguito ad una reclame pubblicitaria, capaci di affettare di tutto.

La lama è dura e temperata, acciaio inossidabile. Il meglio del meglio. Così come lo vedete affilato uscito dalla scatola così resterà per sempre. Così, grazie al filo tre in uno, il coltello fa il taglio, non il sottoscritto.

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Esteticamente somigliante, al punto da rendere facile associare la sua storia e il tentativo di ribaltare il dis-ordine costituito dalla macchina del buco con la romantica resistenza di Alonso Chisciano,

Goreng si fa metafora vuota della società.

E messia di un sistema in cui ci si illude di poter lottare per i cambiamenti, per un mondo senza ingiustizie e differenze sociali, a fatica, tra compromessi e sacrifici, arriva fino alla fine di una rivoluzione di cui non conosciamo l’esito e il cui significato metaforico viene lasciato allo spettatore.

In questi tempi di reclusione, a chi è particolarmente suscettibile, è fortemente sconsigliato.

E però, razzie illogiche al supermercato, fughe del tipo si salvi chi può, dita puntate contro chi perde la ragione o fa come può, incapacità di provare compassione verso chi vive tipologie di reclusione differenti, non privilegiate, creano oggi un pubblico ideale al quale mostrare come si è visti da fuori.

E ancora:

sguardi silenti all’immigrato che cerca asilo,

incapacità a percepire le differenziazioni sociali che non ci fa tutti uguali e che dovrebbero ricordarci che, al mondo, non tutti nascono con le stesse opportunità,

lo sbilanciare il peso della cultura e dei racconti verso il materialismo che affetta e uccide, hanno creato un pubblico ideale in ogni tempo al quale mostrare come si è visti dal di dentro.

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