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“La storia non chiede il permesso” il romanzo di Giovanna De Vita
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Lettere, silenzi e aule scolastiche: il mondo di Elena, Giovanna De Vita ci porta nel mondo di una maestra durante la Prima Guerra Mondiale.
Titolo: La storia non chiede il permesso
Editore: LFA Publisher, 2025
Genere: Romanzo storico / narrativa di memoria
Pagine: 189
ISBN: 978-88-3343-898-6
Uno dei tratti più interessanti di “La storia non chiede il permesso” – pubblicato per l’editore LFA nel mese di novembre 2025 – è il modo in cui Giovanna De Vita racconta la guerra senza quasi mai portarla in primo piano. Il nuovo romanzo dell’autrice è un’opera in cui la Storia non arriva con le grandi scene di massa, ma con i rumori di fondo che, giorno dopo giorno, spostano il baricentro delle vite. Tra le pagine che riportano De Vita in libreria, il fronte si percepisce, più che vedersi, e ciononostante diviene in qualche modo nucleo del libro: passa attraverso le lettere, le assenze, le abitudini che cambiano in casa e poi a scuola.
Elena Perbellini è una maestra milanese e, prima ancora, una narratrice che prova a fare ordine. Quando la incontriamo, nel 1935, è tornata nella casa di famiglia a Milano: una casa piena di oggetti che non usa più, con un pianoforte coperto da un telo ma che ricorda quando ancora suonava, mobili chiusi da anni, polvere che ha ricoperto tutto. Basterebbe questa immagine per capire il tono dell’intero romanzo: il passato non è mai andato via davvero, è solo rimasto fermo ad aspettare che qualcuno lo riapra. “La storia non chiede il permesso”, tuttavia, non si affida al solo tempo del passato, ma gioca continuamente tra il presente della memoria e il futuro, mentre la voce di Elena – prima adulta poi bambina e poi di nuovo adulta – resta sempre sullo sfondo: commenta, corregge, si ferma su alcuni dettagli, ne sorvola altri. Oscillazione che conferisce al libro un ritmo particolare, più vicino a una lunga confidenza che a una cronaca lineare: così, il lettore ha la sensazione di ascoltare una storia che prende forma mentre viene ricordata e scoperta sotto gli occhi di una protagonista quantomai singolare, con tutte le esitazioni del caso.
Leggendo il romanzo, accanto al meticoloso lavoro sul tempo e la narrazione non può che notarsi anche quello fatto suoi luoghi, tutti dotati di un’anima propria. Milano non è solo uno scenario: è un organismo in movimento, che cambia insieme alla protagonista. All’inizio è la città dei sogni giovanili, delle passeggiate, delle vetrine, del conservatorio, delle case illuminate la sera. Ma presto si trasforma in qualcos’altro, diventa il luogo delle code, delle notizie attese, degli annunci di morte, dei discorsi sempre più insistenti sulla Patria, sull’ordine, su chi merita di appartenere alla “nuova Italia”. E tra tutti i luoghi di questa Italia in disordine, una parte importante del romanzo non che può che svolgersi tra i banchi di scuola e le aule: Elena guarda i suoi bambini e bambine, cerca parole per spiegare il conflitto mentre si rende conto che ormai l’insegnamento è affidato alle sole donne; mentre assiste, preoccupata, a una lenta trasformazione del linguaggio scolastico a cui tuttavia cerca sempre di opporsi. Manuali, temi, dettati, immagini – tutto si orienta verso l’idea che la guerra abbia un senso formativo.
A contrasto con la città, De Vita ricorda il paesaggio caldo e vivo del Sud: Carovigno, la campagna, gli ulivi secolari, la casa della famiglia di Gaetano, l’uomo che ha scritto tutte le lettere che la protagonista comincia a leggere. Qui il tempo sembra più dilatato, i gesti più ripetuti, il lavoro delle donne – il telaio, la cucina, la cura degli anziani – scandisce le giornate. Tra gli episodi più commoventi del romanzo ce n’è uno che prende vita proprio lì, in Puglia, quando Elena arriva per il funerale dell’uomo che amava, non è accolta come un’estranea, ma come qualcuno che porta con sé un pezzo di lui. Colpisce il modo in cui, in questo ambiente, i legami sembrano immediatamente concreti: la nonna che prende in braccio il piccolo Francesco Vittorio, la casa che si apre, il dolore condiviso che crea un’appartenenza nuova. Eppure, il cuore emotivo del libro non può consumarsi tutto nella potenza espressiva di questa scena, ma rappresenta l’intreccio tra due linee: la relazione con Gaetano e la maternità di Elena. L’amore tra i due è raccontato senza stratagemmi romantici: nasce per gradi, tra incontri quasi imbarazzati, lezioni di musica, parole scelte con cura. Le lettere dal fronte, così, non sono solo resoconti di guerra: contengono rimandi a episodi comuni, frasi private, piccoli codici che li tengono uniti a distanza. Ma quando lettere cessano il vuoto che si apre non può venire riempito da discorsi altisonanti; è fatto di giornate tutte uguali, di pensieri che non trovano più un destinatario, di oggetti che improvvisamente non servono più a nessuno.
Forse, il ruolo più importante di tutto il romanzo, lo gioca il tema del lavoro, affrontato da De Vita con una sincerità disarmante. Elena è maestra, e il romanzo insiste sulla fatica e sulla bellezza di questo mestiere in tempi difficili: c’è la preparazione delle lezioni, la cura e le attenzioni per i più fragili, il desiderio di non trasformare la classe in un luogo di propaganda, ma di mantenerla come spazio di crescita. C’è anche la Croce Rossa e l’esperienza come crocerossina, che mette la protagonista a contatto diretto con i corpi feriti, con la sofferenza che non può più essere solo “tema” da illustrare e che la avvicina alla guerra più di quanto non fosse già.
La “storia che non chiede il permesso” è quella che entra nelle vite senza preavviso, che impone scelte, che toglie persone e occasioni. Il romanzo non offre consolazioni facili, ma neppure un cinismo rassegnato. Attraverso Elena, mostra che una forma di resistenza esiste: sta nel ricordare, nel nominare le cose, nel trasmettere ai più giovani una narrazione che non sia solo quella ufficiale. È poco, forse. Ma è ciò che tiene in piedi l’idea che le vite individuali contino ancora qualcosa, anche quando il mondo sembra deciso a passare oltre.
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