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Vesuvio, dispensatore di vita e morte
Pubblicato
7 mesi fail
Di
Gioia Nasti
Dal potere distruttivo delle sue eruzioni alla straordinaria ricchezza naturale e agricola delle sue pendici: il Vesuvio, tra storia, mito e resilienza, continua a segnare il destino del territorio e dei suoi abitanti.
Era il 79 d.C. quando, nella fiorente e lussuosa cittadina romana di Pompei, quello che tutti consideravano una montagna, si rivelò essere uno dei vulcani più distruttivi nel mondo conosciuto di allora. I pompeiani avevano avuto delle avvisaglie che la natura stava tramando qualcosa, ma, come al solito, le avevano sottovalutate. Durante l’eruzione, morirono più di duemila persone, tra cui anche lo scienziato e comandante della flotta romana di stanza a Bacoli Plinio il Vecchio, che corse in aiuto di alcuni suoi amici e, con loro, perì a causa dei gas venefici fuoriusciti dalla bocca del vulcano.
La prima grande attività eruttiva si presentò con ceneri, gas e pomici, che, nonostante il loro peso leggero, si accumularono sui tetti delle abitazioni e li fecero crollare. In seguito, l’acqua della falda freatica raggiunse la camera magmatica e causò un aumento di pressione. Ciò portò ad un violento terremoto e ad un’esplosione che formò una nube tanto estesa da oscurare perfino Capri. La valanga piroclastica che ne seguì completò l’opera distruttiva: Ercolano, Pompei, Stabia ed Oplonti furono completamente seppellite e dimenticate. Finché non furono riscoperte, nel XVIII secolo, e riportate lentamente alla luce.
Un’altra eruzione catastrofica ebbe luogo a dicembre del 1631. Anche questa volta, le prime avvisaglie, con terremoti e acqua mancante nei pozzi, furono ignorate. L’eruzione durò due giorni e sul versante occidentale del Gran Cono si aprì una frattura di quasi un chilometro. La costa arretrò e dal cratere colò del fango; per il vapore, si ebbero piogge fortissime di lava, prima che questa si fermasse una volta arrivata al mare. Ercolano, Pompei, Torre del Greco e Torre Annunziata furono ancora una volta distrutte. Questa eruzione fu considerata uno spartiacque perché, nonostante la distruzione, si cominciò a studiare il fenomeno a livello europeo e la ricostruzione ricominciò senza sosta e con resilienza.
L’ultima eruzione avvenne a marzo del 1944 e distrusse i paesi di Massa di Somma e San Sebastiano. Divenne famosa soprattutto grazie ai giornali dell’esercito americano che, in quel periodo, occupava Napoli. L’esplosione della lava arrivò ad innalzarsi fino ad 800 metri di altezza ed il condotto del cratere subì una modifica talmente radicale che, da allora, si è creato un tappo roccioso che ha portato il vulcano in fase di quiescenza, impedendo sia alla lava, sia al pennacchio di fumo che ne usciva di oltrepassarlo.
Ma il Vesuvio non ha solo distrutto dei paesi; esso ha anche regalato, agli uomini che hanno abitato le sue pendici durante i secoli, una fertilità e una biodiversità agricola fuori del comune, non solo grazie al clima temperato, con estati calde e secche e inverni miti, ma anche, e soprattutto, alla ricchezza minerale del suo terreno. Rinomati i vitigni, ad esempio, dall’epoca della Magna Grecia, con gli attuali Piedirosso, Falanghina e Coda di volpe, che producono il famoso Lacryma Christi, ma anche i frutteti, soprattutto ad albicocche, delle quali si hanno diverse specialità. E poi, peri, olivi, peschi, ciliegi, fichi e gelsi. Inoltre, altre due specialità tipiche della zona vesuviana sono:
- i pomodorini del piennolo, tondi, piccoli e con la punta finale; hanno un sapore dolce acidulo ed una polpa molto gustosa; vengono conservati in luoghi asciutti e raccolti appunto in piennoli, gruppi di pomodori legati ad uno spago avvolto a cerchio;
- i friarielli, una varietà di broccoli tipici della zona, dal gusto leggermente amarognolo, solitamene mangiato in abbinamento con le salsicce di maiale.
La Riserva naturale
Nel giugno 1995, grazie all’enorme interesse geologico, biologico e storico del territorio, viene istituito il Parco Nazionale del Vesuvio, con sede nella città di Ottaviano. Esso si sviluppa attorno all’intero complesso Vesuvio-Monte Somma e nasce per proteggere fauna e flora, ma anche le formazioni geologiche e i processi naturali legati al territorio.
Qui si trovano circa seicento specie vegetali e più di duecento specie animali, come volpi, faine e piccoli roditori.
Nel Parco è possibile effettuare escursioni lungo gli undici sentieri ufficiali, da quello più lungo e impegnativo, chiamato “La valle dell’Inferno”, che si snoda per quasi dieci chilometri, a quello tra i più semplici, detto “La Riserva Naturale”, noto per la sua spettacolare veduta panoramica e per essere quello che incrocia la mitica baracca della strega Amelia della Disney, nemica giurata di zio Paperone, dal sentiero che sale al cratere, di certo quello più frequentato, a quelli più brevi e facili, come l’Olivella e la Pineta di Terzigno, fino al “Fiume di lava”, aperto nel 2020, che permette di passeggiare su una vera colata di lava tra boschetti di ginestre e valeriana.
Purtroppo, nell’estate del 2017, un incendio innescato in almeno otto punti da un contadino, poi catturato e condannato, devastò tremila ettari del Parco e minacciò diversi comuni vesuviani. Dopo una lenta ripresa, quest’anno, sfortunatamente, ad inizio agosto, il Vesuvio è stato nuovamente vittima della cattiveria umana.
È sembrato di rivivere l’odissea del 2017, sebbene i mezzi e gli uomini a disposizione fossero più numerosi e preparati. C’è voluto un acquazzone senza precedenti per riuscire a sconfiggere il fuoco. Una mano dall’alto; qualcuno osa perfino dire che sia stato San Gennaro.
Gioia Nasti

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