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La molteplicità dell’io
Pubblicato
1 anno fail
Di
Gioia Nasti
La maschera e l’inconsistenza dell’identità: l’antieroe pirandelliano
Talvolta mi è capitato, facendo zapping tra i canali TV, di incappare nei promo del famosissimo programma “Chi l’ha visto?” e di pensare che, tra le decine e decine di persone scomparse e ricercate, ve ne fosse qualcuna che aveva scelto volontariamente di sparire. La immaginavo distesa su una spiaggia bianca e finissima davanti ad un mare cristallino, finalmente anonima e nascosta a chi partecipava alla sua precedente vita.
Ne immaginavo perfino i motivi che l’avevano spinta ad un gesto simile: un’enorme vincita al Superenalotto, una fuga da un’esistenza triste e grama o da criminali spietati. Roba da scriverci un romanzo! Ah no… qualcuno ci ha già pensato.
La questione dell’identità personale e della frammentazione dell’io è in Pirandello un tema centrale, che egli affronta e sviscera in tutta la sua produzione.
In particolare, Uno, nessuno e centomila sembra porsi come il manifesto del suo pensiero: sebbene ognuno di noi sia un individuo (uno), si pone, agli occhi della società, come una molteplicità di personaggi, individuati ciascuno da una maschera (centomila) a seconda del ruolo che riveste: marito, padre, figlio, impiegato, amico, amante, e via dicendo. Questi personaggi, che convivono in un unico individuo e salgono alla ribalta a seconda della situazione, rendono la persona un essere indefinito e indefinibile (nessuno) in quanto nessuno di essi riesce a coglierne l’essenza profonda.
D’altro canto, anche in Il fu Mattia Pascal l’ambiguità dell’io occupa un posto in prima fila. Il protagonista, Mattia Pascal, si pone come un personaggio doppio fin dall’inizio: contende Romilda a Pomino, così come contenderà la ragazza all’amico spagnolo in seguito, sotto le spoglie di Adriano Meis, si innamorerà di Adriana (lo stesso suo nome, quindi il suo doppio al femminile), e quindi, ovviamente, la sua doppia vita come Mattia Pascal e poi come Adriano Meis.
Mattia è il tipico personaggio del Novecento, incastrato in una vita che non gli piace, osteggiato dai suoi familiari, bloccato in un impiego che non lo soddisfa; la sua vita è un tormento, tanto che pensa spesso all’estremo gesto del suicidio, ma senza mai portarlo a termine.
Decide di tentare la fortuna al gioco, come aveva fatto suo padre prima di lui, e va a Montecarlo per giocare al casinò.
La scelta è azzeccata e Mattia si arricchisce alla roulette. Questa opportunità lo convince a ritornare alla sua casa per riscattarsi dalla vita infelice ed insoddisfacente che conduceva prima. Nel treno sulla strada del ritorno, il colpo di scena: in un giornale scopre che sua moglie lo ha riconosciuto nel cadavere di un suicida. Mattia allora coglie al balzo questa occasione e si libera finalmente dalle catene degli obblighi civili e sociali che lo costringevano. Grazie alla sua vincita, viaggia per un po’ di tempo, poi si ferma a Roma sotto il nome di Adriano Meis.
Qui conosce Adriana, la figlia del suo locatore, e se ne innamora.
Eppure, qualcosa non va nel verso giusto: è vittima di un furto ma non può denunciarlo perché equivarrebbe a scoprirsi; ama Adriana ma non può sposarla perché non ha documenti: Adriano Meis, in pratica, non esiste.
Per uscire da questa incresciosa situazione, Adriano decide di suicidarsi per finta gettandosi nel Tevere per ritornare quindi a casa sua come Mattia Pascal. Ma quando arriva, tutto è cambiato: sua moglie si è sposata con Pomino ed hanno una figlia; il protagonista si ritrova in una sorta di limbo dove non è più Mattia Pascal, né può essere un altro, come Adriano Meis.
Ormai si può solo definire il “fu Mattia Pascal” e, come tale, riprende il suo lavoro e, qualche volta, fa visita alla sua stessa tomba per portarvi dei fiori, continuando a lavorare come bibliotecario, scrivendo le sue memorie e aspettando l’ultima e definitiva morte.
Mattia Pascal è il tipico antieroe dei romanzi novecenteschi, un inetto, come dirà Italo Svevo, che non riesce a trovare un posto nella società; un personaggio non bello, anzi, con molteplici difetti, sia fisici che interiori, compendiati nell’occhio strabico, che così tanto lo caratterizza che, per distanziarsi e trasformarsi in Adriano Meis, oltre al taglio di capelli, si farà operare per correggere quel difetto.
Inoltre, Mattia non vive la sua vita, bensì si lascia vivere passivamente: sposa Romilda non perché la ama, ma semplicemente perché è incinta e la madre di lui spinge affinché “si sistemi”; insomma, la vita gli appare come una prigione soffocante, anche a causa di una suocera invadente e della morte delle sue figlie e di sua madre. Infine, non è protagonista delle sue azioni; nelle varie relazioni che intesse, agisce sempre da terzo incomodo: lo è tra Romilda e Pomino, lo è tra Adriana e Terenzio e pure tra il pittore spagnolo e a signorina Pantogada.
Anche come narratore, Mattia Pascal si presenterà come inattendibile, innanzitutto perché privo di identità sociale in quanto non più Mattia Pascal e mai esistito come Adriano Meis, e poi perché, da sua stessa ammissione, egli scriverà “dando cioè soltanto quelle notizie che stimerò necessarie”.
Inoltre, lo stesso romanzo si pone come romanzo di formazione alla rovescia, un doppio allo specchio, rovesciato, in cui inizio e fine vengono continuamente scambiati. La storia di Mattia Pascal si presenta quindi come irreale, ai limiti dell’assurdo, eppure esprime molto chiaramente il pensiero pirandelliano delle maschere e della frammentazione della personalità. Mattia è vivo, eppure è morto per ben due volte, tutte e due per suicidio.
Continua…

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