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Exuvia, il nuovo singolo di Caparezza
Pubblicato
5 anni fail

Il singolo lancia l’uscita disco “Exuvia” che uscirà il 7 Maggio.
Con un messaggio per molti fan criptico, Caparezza lancia il nuovo singolo che lancia l’uscita del disco.
Dai suoi canali social scrive:
L’EXUVIA , in sintesi, è ciò che rimane del corpo di alcuni insetti dopo aver sviluppato un cambiamento formale.
Un calco perfetto, talmente preciso nei dettagli da sembrare una scultura, una specie di custodia trasparente che un tempo ospitava la vita e che ora se ne sta lì, immobile, simulacro di una fase ormai superata.Sulla copertina c’è un simbolo che rappresenta il passaggio da una condizione attuale (cerchio grande) ad una futura (cerchio piccolo) attraverso una serie di spirali (simbolo di morte e rinascita in gran parte delle culture).
La mia EXUVIA è dunque un personale rito di passaggio in 14 brani, il percorso di un fuggiasco che evade dalla prigionia dei tempi andati per lasciarsi inghiottire da una selva in cui far perdere le proprie tracce.
Ho speso davvero tutte le mie energie per poter uscire dalla mia EXUVIA ma di questo parlerò a tempo debito.
Per qualcuno è l’annuncio di una lenta e graduale riduzione del progetto, visto anche i gravi problemi di acufene, annunciati durante l’uscita dello scorso album (tramite cui ha anche raccontato ed esorcizzato le sue paure);
per altri, addirittura, un avviso di ritiro dalle scene.
Forse, piuttosto, è un invito – a sé stesso e ai fan – a superare quanto prodotto in passato, un passaggio di consegne da un Caparezza all’altro.
Ma quale?
Fino alla scoperta delle prossime tracce, il singolo rispetta lo stile e l’asticella sempre alta della scrittura di Caparezza.
Dalle metafore alle citazioni colte, a partire dalla stessa immagine delle esuvie, i resti dell’esoscheletro di insetti e crostacei. Dallo scalatore Manolo a Lamia, bellissima regina della Libia che ebbe da Zeus il dono di togliersi e rimettersi gli occhi dalle orbite a proprio piacere.
Sempre, con la luna, tutto comincia a farsi di
Pirandello – i giGanti della montagna
sogno sulla terra, come se la vita se n’andasse e ne rimanesse una larva malinconica nel ricordo. Escono allora i
sogni, e quelli appassionati pigliano qualche volta la risoluzione di passarsi una corda attorno al collo e appendersi a un albero immaginario.
Citazione, non a caso, visto il reiterare dell’immagine nella letteratura, pirandelliana e non.
Anime larve, fantasmagoriche, dentro cui vivono lucciole.
Anche Caparezza parte dalla notte.
È una notte che ispira, è una notte che chiama nel bosco
È una notte che spia. È una notte di sguardi che ho addosso,
di ricordi che latrano come avessero visto il demonio,
sto scavando dentro di me così tanto che schizzo petrolio.
Quella di Caparezza, in Exuvia, sembra il racconto di una crescita, di chi gioca «alla parti con l’età», per non vivere « crisi di mezza età dove “dimezza” va tutto attaccato», come scriveva in “Stare bene”, singolo del disco precedente in cui si sentiva, in effetti in gabbia.
E cosa succede a chi parla di gabbie, prima ancora che le gabbie diventassero fisiche, reali, domestiche?
Prima del covid, insomma.
Significa uscire fuori dal guscio, lasciare la carcassa in un museo, per mostrare striature e colori di contrasto su tele consegnate ai committenti e, così, fare «un mucchio di cambi», restando «alla guida, tenenendo il piede alzato da quel freno».
E se della vita va «presa sempre il lato passeggero», intendendone la leggerezza e la facilità con cui ci scorre via, «il segreto è fare come gli alberi: prima cerchi, dopo tronchi».
Verso in cui Caparezza gioca con l’ambiguità del segno.
La ricerca significa selezionare, tagliare/troncare fare i conti con quanto si scarta. Lo scarto, per chi vive d’arte, è oro, perché è quello che si lascia via, come exuvia, e lo si lascia al fruitore, ma anche semplicemente è la scarnificazione di ciò che in parte si è, per rendere meglio la totalità dell’insieme.
È alla fine, in fin dei conti, cercando cercando, cerchi su cerchi si mette insieme il proprio tronco.
Ed ancora il tempo che passa.
I cerchi, o meglio gli anelli, che formano il tronco – è risaputo – mostrano l’età dell’albero.
Albero alto, pieno di foglie, come una capa rezza.
Età che significa consapevolezza di mettersi al «rituale» dell’abbandono, del saluto, ma anche del cambiamento.
Come la voce: quando Caparezza accenna al passato, la voce è quella nasale, quella di “Fuori dal tunnel” per intenderci; quando invece allude a un cambiamento, sentiamo la sua, quella tutta azzeccata all’io narrativo, incollatissimo all’anima-lucciola, meno alla carcassa exuvia.
Caparezza non lascia mai indifferenti e quale che sia il significato delle sue parole, ai fan, ai suoi più servili innamorati, toccherà aspettare di vederlo sbucare, sbozzolato, con tutti i suoi riccioloni dal suo passato.

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