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I cattivi-cattivi nei libri e sullo schermo

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ebenezer scrooge charles dickens

Fin dalle prime favole che una volta i nostri genitori ci raccontavano, siamo abituati a storie che idealizzano il dialogo tra il bene e il male.

Personaggi-maschere, per le quali inevitabilmente nutriamo una certa simpatia e che per tutto l’arco della storia non devono fare altro che distruggere altri personaggi-maschere, verso i quali proviamo invece astio.

La storia è piena di cattivi disegnati per determinare un particolare ruolo all’interno della trama, per mantenere in equilibrio i poli di un sistema che altrimenti faticherebbe a farsi accettare.

Il protagonista, coincidente con lo spettatore che sceglie dove poggiare lo sguardo, non può non proiettare – per quel fenomeno di ego-involvement che vuole che lo spettatore «diventi attore», di cui parla Morin – un’identificazione di sé col bene risolutore.

Ma vedremo, in questo articolo, come i contorni della maschera del cattivo comincino un po’ a sfumare, dando senso alle parole di Jessica Rabbit “mi disegnano così”.

Caino, il primo cattivo della storia che ha contribuito, in un certo senso, affinché l’umanità conoscesse l’odio e l’ invidia di un figlio verso un fratello, perché un padre non ha occhi per lui.

Caino uccide Abele
Dipinto di Tiziano Vecellio

Di Giuda ricordiamo il famoso monologo di Massimo Troisi in “Ricomincio da tre”: la differenza tra fede e fiducia nei confronti dell’umanità sta in una necessità più prossima. \

Si arriva a una rottura degli schemi, al tentativo di raccontare una storia senza opposizioni tra bianco e nero, e alla Commedia dell’Arte, alle maschere, subentra la vita dei personaggi con tutte le loro sfumature positive e negative.

Un’ evoluzione del personaggio cattivo che quindi non è più anchilosato in una forma e non è costretto in una pagina per riempire un ruolo vuoto: nei Promessi Sposi fondamentalmente i cattivi sono rappresentati da Don Rodrigo, i bravi e l’Innominato, una sorta di cattivo dei cattivi ma, mentre i primi scontano gli esiti nefasti della provvidenza, quest’ultimo, invaso dalla la luce di Lucia, quindi attraverso un bene puro e superiore, si positivizza.

Come Scrooge in Dickens – siamo cronologicamente più o meno intorno al 1840 – che ha bisogno che vadano a trovarlo tre spiriti superiori perché capisca il senso del Natale e della Vita.

O Raskolnikov in Delitto e Castigo, una sorta di apoteosi della figura del villano che, proprio con Dostoevsky, in Memoria del sottosuolo, l’antieroe diventa una figura alla ricerca dell’umiliazione e dell’autodistruzione in un estremo tentativo di ribellione alla realtà che lo circonda. (A. Bernardelli, Etica Criminale. Le trasformazioni della figura dell’antieroe nella serialità televisiva, “Between”, Vol. VI, n.2, http:// www.betweenjournal.it, p.3).

Insomma, il protagonista diventa personaggio non più capace di stare nella gabbia sociale in cui vive e inizia ad avere nuovi squilibri.

In Pinocchio di Collodi, se il burattino diventa un bimbo vero, grazie alla mamma e papà – ovviamente la Fatina e Geppetto – perché riesce, dopo tortuose peripezie, a gestire quelle nuove emozioni in cui Caino si impantana, Lucignolo è un bimbo invece che resta cattivo ma, si sa, i bimbi non sono davvero cattivi; non riesce a diventare anche lui un bimbo vero proprio perché gli viene a mancare una guida, l’esperienza positiva.

Mettendo in avanti le lancette dell’orologio e arrivando ai giorni nostri, un personaggio molto iconico quanto cattivo come Darth Fener in Star Wars se nella triologia originale resta a dialogare vistosamente e in contrasto col bene, a partire già da una banale contrapposizione cromatica, con l’evoluzione della trama e, allo stesso tempo, all’interno di una maturazione storica delle narrazioni, a conclusione della prima trilogia, scopriamo com’è che il giovane Anakin passa al lato oscuro della forza.

Insomma, c’è un motivo per cui si è cattivi.

E ancora, Giacomo Uncino, nel film di Spielberg, quando sta per essere infilzato da un colpo vincente da Peter Pan, ormai adulto, la figlia gli chiede di risparmiarlo, perché «è soltanto un vecchio che non ho avuto la mamma».

La questione dell’empatia e della fidelizzazione col personaggio negativo è spesso al centro del dibattito degli ultimi anni. Il problema è di tipo etico e per qualcuno è inconcepibile che il cattivo venga iconizzato all’interno di un processo di attrazione per il male.

Cò che sta producendo questa nuova stagione della serialità sembrerebbe uscire fuori dal solco di quell’utile – utile perché dà sollievo, ci diverte e offre una morale – che Walter Benjamin riteneva necessario perché una storia funzionasse.

La fine delle grandi narrazioni nella postmodernità porta con sé la fine delle grandi prospettive etiche unitarie, o quantomeno la difficoltà rappresentata dalla loro difficile convivenza.


Z. Bauman, Postmodern Ethics, Oxfod, Blackwell, 1993. (Trad. it. Le sfide dell’etica, Feltrinelli, Milano, 1996.)

Ciò che si realizza tra fatto narrato e fruitore è una sospensione del senso di immoralità, «vale a dire una sospensione e relativo distacco da parte dello spettatore dal senso della consueta concezione etica relativa ad eventi reali» (A. Bernardelli, Etica Criminale. Le trasformazioni della figura dell’antieroe nella serialità televisiva. cit., p. 6.), un meccanismo tipico delle strutture retorico-discorsive che rientrano nelle logiche del patto finzionale.

È ciò che accade con le serie TV dell’ultima generazione: durante quella che viene definita terza era della Golden Age, si dà come una “sfoltatina” ai rigorosi parametri delineati da Propp, se non un effettivo accostamento dei generi.

È quello che succede con Walter White, semplice insegnante americano che quando scopre di avere il cancro e, contestualmente che il governo non tutela la salute dei cittadini, comincia a produrre metanfetamina: da buon cittadino diventa fondamentalmente un criminale con tutta una evoluzione del personaggio che fondamentalmente annerisce la sua anima e la sua morale; dall’altro lato, Pinkman è un alunno che poco si impegna, un Lucignolo che però, fino al film El Camino, riesce a diventare un bimbo buono.

In questi giorni è tornato su Netflix , Lucifer, il figlio prediletto di Dio che ha avuto l’ardire di ribellarsi a Dio, massima espressione di bene. Gli sceneggiatori, giocando con i materiali mitologici e religiosi, ribaltano il concetto condiviso di bene e più cattivi di Satana sono quelli che fanno un pessimo uso del libero arbitrio.

Anche Lucifer è rappresentato così come un bimbo buono in balia dei suoi stessi capricci, facendosi massima espressione di un personaggio che appunto esce fuori dal luogo comune di un ruolo, e anzi la visione condivisa di bene e male viene completamente ribaltata.

Fino all’esempio più iconico dell’ultima stagione cinematografica: mi riferisco al Joker di Todd Philipps per il quale rimando all’articolo già scritto.

Insomma, ciò che si sta maturando è uno spettatore ormai alfabetizzato, capace di comprendere e accettare una storia, senza che ci sia un percorso moralizzatore forzato. Senza la classica favola col classico principe in calzamaglia che sconfigge il classico orco, nei secoli e nei amen.

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