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Esteri

Pace a Gaza: cessate il fuoco tra Israele e Hamas, primo passo del piano Trump

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Israele e Hamas firmano un cessate il fuoco storico mediato da Washington. Task force internazionale e rilascio degli ostaggi al centro dell’accordo.

GERUSALEMME / IL CAIRO / WASHINGTON – È entrato ufficialmente in vigore nella notte il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, primo concreto risultato del piano di pace promosso dal presidente statunitense Donald Trump. La decisione è arrivata dopo la ratifica dell’accordo da parte del governo israeliano, approvata a maggioranza nonostante l’opposizione dei ministri di estrema destra Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich.

L’intesa, firmata giovedì mattina a Sharm el Sheik dopo giorni di negoziati indiretti mediati da Egitto, Qatar e Turchia con la supervisione degli Stati Uniti, rappresenta la prima vera tregua tra Israele e Hamas dopo due anni di guerra.

Una task force internazionale per garantire la tregua

La tregua sarà monitorata da una task force congiunta composta da 200 militari statunitensi e contingenti provenienti da Egitto, Qatar, Turchia e, probabilmente, Emirati Arabi Uniti. Parallelamente, lo US Central Command istituirà in Israele un centro di coordinamento civile-militare incaricato di facilitare il flusso di aiuti umanitari e garantire assistenza logistica e sicurezza per la popolazione civile di Gaza.

Secondo i termini dell’accordo, l’esercito israeliano (IDF) si ritirerà entro 24 ore fino alla cosiddetta Linea Gialla, indicata nelle mappe dell’intesa. Hamas, da parte sua, dovrà rilasciare tutti gli ostaggi ancora in vita entro 72 ore.

Ostaggi e prigionieri

Al centro dell’accordo c’è anche lo scambio tra ostaggi e prigionieri. Hamas rilascerà 48 ostaggi israeliani, tra cui 20 vivi, mentre Israele libererà 1.950 detenuti palestinesi, escludendo figure di spicco come Marwan Barghouti e Ahmad Saadat. Saranno restituiti anche i corpi di 360 miliziani di Hamas.

L’IDF manterrà comunque il controllo di circa il 53% del territorio della Striscia durante la prima fase della tregua, per garantire – secondo quanto affermato dalla portavoce del governo israeliano – “condizioni di sicurezza”.

Trump rivendica il successo diplomatico

Donald Trump ha annunciato personalmente l’accordo con un post preparato in anticipo sulla piattaforma Truth Social. “Gli ostaggi dovrebbero essere rilasciati lunedì o martedì”, ha dichiarato il presidente americano, definendo la firma “un passo storico verso la pace”.

Trump è atteso domenica in Medio Oriente, con tappe in Egitto e Israele per partecipare alla cerimonia ufficiale. Il premier Benjamin Netanyahu lo ha invitato a parlare alla Knesset, in quella che potrebbe diventare una visita senza precedenti per un presidente statunitense.

Le sfide della seconda fase

La tregua costituisce solo la prima fase di un piano più ampio che prevede:

  • disarmo graduale di Hamas,
  • ritiro completo dell’IDF,
  • ricostruzione di Gaza con fondi dei Paesi arabi,
  • creazione di una forza di pace internazionale sotto egida ONU,
  • definizione di una nuova governance della Striscia.

Restano tuttavia aperte questioni delicate, come la colonizzazione della Cisgiordania e la soluzione dei due Stati, su cui Trump si è limitato a dire: “Mi atterrò a ciò che le parti concordano”.

Reazioni internazionali

L’accordo ha ricevuto un’accoglienza positiva nella comunità internazionale. Egitto, Qatar, Turchia e perfino Iran e Russia hanno espresso sostegno all’intesa. Il presidente francese Emmanuel Macron ha però avvertito che l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania rappresenta “una minaccia esistenziale per lo Stato di Palestina” e “una violazione del diritto internazionale”.

Intanto, a Gaza e in Israele, tra le famiglie degli ostaggi e i civili esausti dal conflitto, l’atmosfera è di cauto ottimismo. Le immagini della notte mostrano residenti festeggiare nelle strade della Striscia.


Un fragile spiraglio di pace


Se la tregua reggerà e la seconda fase del piano sarà attuata, questo accordo potrebbe segnare una svolta storica nel conflitto israelo-palestinese. Per Trump si tratta già di un traguardo diplomatico significativo: molti, tra cui lo stesso Netanyahu, lo vedono ora come possibile candidato al Nobel per la Pace.

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