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FOMO e Generazione Z
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1 anno fail

Scopri cos’è il FOMO, perché colpisce la Generazione Z e come può portare a comportamenti devianti
La Generazione Z (nati tra il 1997 e il 2012) vive immersa nella connessione costante. Ogni giorno, tra notifiche, post, storie e video, i ragazzi si confrontano con una realtà digitale che non si ferma mai.
In questo mondo iperconnesso, essere tagliati fuori da ciò che accade online può diventare una vera angoscia. È da qui che nasce il FOMO, acronimo di Fear Of Missing Out, cioè la paura di perdersi qualcosa.
Non si tratta solo di una sensazione fastidiosa, ma di una vera pressione sociale che può influenzare le emozioni, le decisioni e persino il comportamento deviante di molti giovani.
La criminologia, in questo senso, offre strumenti utili per comprendere perché alcuni ragazzi, sotto l’effetto del FOMO, arrivino a compiere scelte pericolose.
Un’ansia sociale che cambia il comportamento
Chi appartiene alla Generazione Z conosce bene il senso di inadeguatezza che può nascere scorrendo i social. Le vite degli altri sembrano sempre più belle, più ricche di eventi, relazioni e soddisfazioni. Non partecipare a tutto ciò – o anche solo sembrare meno “interessanti” – può far sentire esclusi, invisibili, non abbastanza.
In questo clima emotivo, capita che alcuni ragazzi si spingano a fare video estremi, accettino sfide online pericolose o condividano contenuti provocatori. Non perché abbiano intenzioni violente o trasgressive, ma perché percepiscono quelle azioni come un modo per ottenere attenzione, approvazione o appartenenza.
Un esempio concreto è quello di uno studente che, pur essendo timido nella vita reale, pubblica video aggressivi su TikTok per ottenere visualizzazioni. Un altro ragazzo, che si sente trascurato dal gruppo classe, partecipa a un “raid” contro un docente solo per non perdere lo status conquistato nel gruppo WhatsApp. Questi comportamenti, che possono sembrare semplici “ragazzate”, spesso nascondono un disagio più profondo: il timore di non contare nulla nel mondo digitale.
Quando i legami si spezzano
Il criminologo Travis Hirschi sosteneva che le persone rispettano le regole quando hanno forti legami con la società, come relazioni familiari sane, coinvolgimento scolastico, senso di appartenenza e fiducia nelle norme comuni. Quando questi legami si indeboliscono, diventa più facile cercare riconoscimento in contesti alternativi, come il mondo virtuale.
Un adolescente che non si sente ascoltato a casa o che non trova spazio a scuola per esprimersi può vivere il web come l’unico luogo dove sentirsi “qualcuno”. Ma la ricerca di visibilità a tutti i costi, in assenza di filtri sociali solidi, può aprire la strada a comportamenti devianti.
L’illusione del successo facile
Robert Merton, un altro importante studioso, spiegava che la società propone obiettivi come il successo, la popolarità, il denaro, ma non tutti hanno gli stessi mezzi per raggiungerli. Quando il divario tra ciò che si desidera e ciò che si può ottenere diventa troppo grande, si cercano scorciatoie.
Nell’epoca digitale, molti ragazzi vedono influencer diventare famosi senza competenze apparenti. Questo fa credere che basti un video virale per “arrivare”. Così, anche l’idea di violare una regola – ad esempio, diffondere contenuti illegali o imitare un comportamento pericoloso – non viene vissuta come qualcosa di grave, ma come un passaggio necessario per ottenere ciò che conta davvero: l’attenzione degli altri.
Il potere dell’imitazione
Albert Bandura ci ha insegnato che il comportamento umano si modella anche osservando ciò che fanno gli altri. Se un giovane nota che un coetaneo guadagna attenzione, follower e rispetto mostrando comportamenti trasgressivi, sarà più propenso a replicare quelle azioni. Il meccanismo è semplice ma potente: se vedo che “funziona”, ci provo anch’io. Questo vale ancora di più quando il bisogno di riconoscimento è alto e le alternative sociali sono poche. L’esposizione continua a modelli negativi – che però vengono premiati – può influenzare profondamente la percezione del lecito e dell’illecito.
Le subculture giovanili e la logica del gruppo
Albert Cohen ci offre un’altra chiave di lettura utile. Secondo lui, esistono gruppi giovanili che costruiscono un proprio sistema di valori alternativo a quello della società dominante. In questi contesti, ribellarsi, infrangere le regole o agire con aggressività può diventare motivo di orgoglio.
Molti ragazzi, soprattutto quelli più fragili o isolati, trovano in questi ambienti – spesso online – un senso di appartenenza che non riescono a trovare altrove. La paura di essere esclusi da quel gruppo, quindi, può spingere a conformarsi anche a comportamenti sbagliati, pur di sentirsi parte di qualcosa.
La devianza legata al FOMO
Quello che emerge da queste teorie è chiaro, dietro molte condotte devianti non c’è il desiderio di trasgredire, ma il bisogno di essere riconosciuti, ascoltati, valorizzati. Il FOMO, in questo senso, è un sintomo sociale che riflette un vuoto relazionale ed emotivo.
Non si tratta di colpevolizzare i ragazzi, ma di comprenderne i bisogni. Serve costruire relazioni autentiche, dare spazio al dialogo, offrire alternative sane per esprimersi e per costruire un’identità solida anche fuori dallo schermo.
Il FOMO non è solo una questione di abitudini digitali, ma un fenomeno complesso che coinvolge emozioni, bisogni e scelte. Comprenderlo attraverso le lenti della criminologia permette di riconoscere i segnali d’allarme e intervenire in modo efficace.
Investire nell’educazione emotiva e digitale, rafforzare i legami sociali, creare spazi di ascolto autentico sono passi fondamentali per aiutare la Generazione Z a vivere la propria identità con equilibrio, senza dover ricorrere a scelte rischiose per farsi notare.
Se vuoi sapere di più vai al seguente link https://letiziadilaurocriminologa.wordpress.com/2025/03/22/salute-mentale-crimini-dei-social-media-e-giovani-vittime/

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