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Pelle nera e integrazione, la vita dei nostri immigrati
Pubblicato
13 anni fail

Hagos, Kito e Malik. Tre uomini dalla pelle nera che cercano integrazione, provenienti dalla Nigeria e dal Ghana. Avete la minima idea di dove siano geograficamente collocati questi Paesi?
Pelle nera e integrazione. Tre uomini che hanno lasciato le loro terre natie per necessità, per quelle guerre ingiuste e lontane che sembra-no non meritare l’attenzione dei media, per quella fame che incombe minacciosa, giorno dopo giorno da decenni, su tutta la popolazione, per la quale “sarebbe troppo difficile trovare una soluzione”, per la mancanza di lavoro, per lo sfruttamento del territorio da parte del mondo “occidentalizzato”, per la non-democrazia che vige imperante nelle dittature militari governanti quelle lontane città insabbiate e vittime del sole infuocato.
Pelle nera e integrazione: le storie diverse e comuni dei nostri tre amici
Hagos, Kito e Malik, tre uomini diversi per tre storie diverse, accomunati da due grandi occhi spaventati. Occhi hanno vissuto scene da colori forti; forte com’è rosso il sangue, forte com’è blu il mare profondo, forte com’è nera la loro pelle. Che troppo spesso è causa di ingiustificabili discriminazioni sociali e culturali.
La storia di Hagos
Hagos viene dal Ghana, ha lasciato il suo Paese sei anni fa, fatica a parlare l’italiano nonostante viva in Italia da tanto tempo ormai e così preferisce esprimersi in inglese. Dopo un lungo peregrinare, decide di stabilirsi a Qualiano, dove ha aperto, non senza difficoltà, un piccolo bazar che gestisce da circa quattro mesi e che ha deciso di chiamare “MamaAfrica”. Come se attraverso questo breve nome abbia voluto affermare non solo la sua personale identità africana, ma esprimere anche l’insopportabile mancanza della terra che lo ha messo al mondo. Paragonandola alla sofferenza che deriva dalla lontananza forzata di una madre. Hagos vende prodotti tipicamente africani a poco prezzo e dice di avere il suo giro di clienti, tutti rigorosamente dalla pelle nera o mulatta.
La storia di Kito
Kito è uno dei suoi clienti abituali, viene dalla Nigeria, parla perfettamente l’inglese e mastica bene anche l’italiano. È in Italia da quattro anni, abita a Varcaturo ed ha sposato una donna polacca: mostra fiero la foto di sua moglie con i loro tre figli; fa il barbiere, ma dice di non aver avuto la possibilità, per questioni “burocratiche”, di aprire un’attività propria, un negozio di acconciature maschili. Così prende appuntamenti e si sposta di casa in casa, munito di rasoio, forbici e pettine. A quanto pare anche la sua clientela ha la pelle nera: non ricorda di aver mai preso appuntamento con un bianco italiano.
La storia di Malik
Infine si ferma Malik, col suo rumoroso Free che a prima vista sembrerebbe necessitare di fari nuovi. Compra da Hagos pasta, cibo in scatola e della carne che il proprietario del bazar propone come piatto del giorno. Ha lasciato il Ghana sei anni fa, è stato in Germania, in Olanda, al Nord Italia e adesso vive in una fatiscente casa sulla strada Qualiano-Marano.
Gli piacerebbe avere un’auto, perché fa così freddo alle cinque del mattino, quando scende di casa per andare a lavoro. Malik fa il muratore sporadicamente e, quando lavora, guadagna 30€ al giorno se gli va bene. È molto socievole. Riesce a farsi capire parlando in inglese, un po’ in italiano e mostrando, col sorriso sulle labbra, di conoscere anche qualche termine napoletano.
Complessivamente dice di trovarsi bene in Italia, ma solo perché è riuscito a trovare un lavoro che gli permette di acquistare solo ed esclusivamente beni di prima necessità, quale il cibo. In fondo di cosa dovrebbe aver bisogno? Indica un suo amico in strada, un “my friend”, come lo definiremmo noi con bonarietà (e con una velata ipocrisia…). Sta parlando, attraverso un cancello, con un bambino dalla pelle bianca.
Pelle nera e integrazione: i bambini inconsapevoli vittime di un sistema troppo chiuso
Il bambino non può uscire a giocare nel quartiere. Perché suo padre gli ha detto che è pericoloso poiché ci sono persone dalla pelle scura, diversi da loro, che potrebbero fargli del male. Inculcando in lui un chiaro sentimento di timore, da cui, a lungo andare, scaturiscono inconsciamente atteggiamenti di razzismo, discriminazione e di presunta superiorità rispetto a persone che hanno un colore di pelle e tratti somatici differenti dai nostri. Ma che condividono con noi lo stesso sangue, la stessa umanità.
Malik fa un’osservazione: quando era in Germania e in Olanda, aveva molti amici del posto, con cui il sabato sera usciva per una birra e quattro chiacchiere. Da azioni così abituali e naturali, inconsapevolmente, faceva scaturire uno spettacolare incontro di culture e modi di vivere completamente diversi. Arricchendo i suoi amici tedeschi e olandesi, e arricchendo se stesso, ghanese di origine.
Al contrario, da quando è in Italia, afferma di non aver mai intrattenuto rapporti con italiani. Se non per questioni lavorative. E dice che, da quanto è riuscito a capire, sarebbe inconcepibile che un ragazzo italiano della sua stessa età lo possa integrare all’interno del gruppo di familiari, amici e conoscenti. Eppure con l’aria rassegnata dice che va bene così, finché c’è lavoro. A parte sporadici episodi di forte razzismo, come la terribile strage di Castelvolturno nel 2008 e la più recente sparatoria verso due senegalesi da parte di un membro del partito neofascista di Casapound avvenuta in dicembre a Firenze, pesanti dimostrazioni razziste all’interno dei nostri piccoli paesi non ce ne sono mai stati.
Le discriminazioni quotidiane che non aiutano a crescere
Ma è chiaro, dai racconti dei tre ragazzi africani, che gli extracomunitari che vivono a pochi metri dalle nostre case, subiscono discriminazioni razziali ogni giorno da parte nostra. Poiché ci ostiniamo a ghettizzarli, metaforicamente parlando, nei loro bazar, nelle loro professioni e nelle loro relazioni col territorio. Siamo semplici cittadini che si nascondono dietro i loro ridicoli luoghi comuni. Dietro i loro pregiudizi incurabilmente radicati, dietro sentimenti di sospetto se, passeggiando per strada, ci vediamo costretti a condividere il marciapiede con un nero. Ci nascondiamo dietro la nostra ignoranza per evitare in tutti i modi un confronto con una mano dal colore più scuro della nostra.
E se riuscissimo a scalfire la nostra intolleranza completamente infondata, e ad aprirci verso un piccolo mondo diverso dal nostro, quale è quello di un africano immigrato che si trova nel nostro paese? Potremmo stupirci nel sentire le parole di ogni singola persona che è nata ed è vissuta a migliaia di kilometri da noi. In contesti culturali, sociali e religiosi completamente lontani dai nostri. E magari, ricambiare il favore. C’è da rifletterci.
Emilia Sgariglia
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