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Finalmente Exuvia, Finalmente Caparezza

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Uscito nei negozi e su tutte le piattaforme digitali il nuovo album di Caparezza

Proust, in Contro Sainte-Beuve, volle rivendicare l’autonomia dell’opera d’arte, compromessa dal critico che cercava nella vita dell’autore il senso dei suoi scritti.

Eppure, da Freud in poi, la scoperta dell’inconscio rende, non solo legittimo la permanenza tra Es, Io e Super Io, ma anche l’obbligo di divertirsi a cercare e capire tutto ciò che l’autore non dice.

È quanto accade in Caparezza col nuovo album. Un autore che ha ri-preso la sua carriera negli anni 2000, dopo un periodo da Mikimix, nascondendosi in un cespugliosissimo alter ego.

Con Exuvia, Caparezza si mette a nudo.

Un Eterno Paradosso, per citare un suo brano, che ci permette, però, di mettere «i fari addosso» su un introverso come Caparezza che, con «Exuvia» espone sempre di più il suo Io ai suoi fan.

Abbiamo già parlato del primo singolo e dei dubbi di molti fan che temevano potesse essere l’ultimo disco.

Su RollingStone specifica

«Exuvia, mentre si stava completando, è diventato nella mia testa il secondo elemento di una trilogia. Prima c’era Prisoner 709, ovvero la prigionia. Exuvia è la fuga, fuga attraverso il bosco, attraverso l’oscurità e la complessità. Il terzo disco potrebbe essere, effettivamente, la libertà»

Libertà da cosa?

A una prima analisi dei testi di Caparezza – che andrebbero approfonditi nei mesi, negli anni, come spesso capita coi suoi scritti – ma anche seguendo le volontà d’autore, è evidente il tentativo di schiodarsi da dosso un duplice passato:

quello Sanremese, degli anni ’90 ( ne parla in Campione dei Novanta), nascosto – neanche tanto – nella maschera-gabbia Mikimix

quello del «Troppo Politico» che, fino a Museica, ha caratterizzato forma e contenuto delle sue opere.

Ciò non significa che non affiorino temi sociopolitichi in Prisoner 709 e Exuvia, ma una certa disillusione dovuta all’età e ai cambiamenti sociali, è evidente.
Nell’intervista sopracitata su Rollingstone

«Io negli anni ho difeso strenuamente persone e cause che poi, negli anni, ho scoperto essere molto ma molto diverse da quello che credevo. Persone che oggi sputano su quello che dicevano, e magari pure su quello che ho fatto io per difenderle; e ovviamente non è che la cosa mi renda felice. Oh, pure in famiglia ho gente che oggi simpatizza per la Lega, “ma guarda, in fondo quel Salvini non ha mica tutti i torti, sai?”, e manco si accorgono dell’assurdità della cosa… La realtà è complessa».


Un disco maturo, esposto, esistenziale, con brani in cui si parla di tempo, Zeit!, e morte, La Certa, che diventa motivo di esistenza, per una teoria degli opposti in cui morte e vita sono un tutt’uno.


Ringraziami
Che se fossi svanita come una dedica incisa nella battigia
Avresti l’anima spenta, l’anima grigia

È il suo Io che vien fuori, l’umanità, la vita letteraturizzata che si fa musica, suoni e voci sempre più distanti dal camuffamento degli album precedenti.

Tra le nudità e i vuoti del corpo ormai fuori dalla prigionia, vien fuori sempre di più Michele Salvemini, ecco, forse, a cosa lo stesso autore si sta preparando: a una completa riappropriazione di sé.

Il che non significherà fare a meno del suo alter-ego pseudonimo, ché già Caparezza, di Michele, metteva in mostra ogni visione (penso a «Cose che non capisco» in cui Caparezza diceva «Ti fai troppi problemi Michele, tu») se è vera quell’idea di Said, secondo cui ogni autore, pur nascondendosi, mette in gioco la sua visione del mondo – ma sarà sempre più sovrapponibile fino a diventare un tutt’uno, senza più i Dualismi dei primi anni.

Un disco intenso e che rende l’autore sempre più vicino alla sua fanbase, più un amico di famiglia, con cui dialogare, raccontarsi e lasciarsi voler bene.

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