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Hormuz, M. Boldrin (ORA!): chiusura stretto non è solo questione di petrolio ma anche alimentare. Governo apra subito tavolo di confronto
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ORA! avverte sui rischi economici di un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz e chiede al Governo un piano urgente per tutelare agricoltura, industria alimentare e approvvigionamenti strategici.
“Di stretto di Hormuz si parla come di una questione di petrolio ma è molto di più. Da quello stretto di mare largo 33 chilometri, passano ammoniaca e urea, fertilizzanti azotati essenziali nell’agricoltura moderna, e prodotti nel Golfo, che arrivano ai campi italiani direttamente o via trader europei. Se lo stretto resta chiuso per settimane, non si fermano solo i carburanti ma al contempo si comprime l’offerta mondiale di fertilizzanti e la capacità europea di produrli in casa, perché anche i nostri impianti lavorano col gas“, lo dichiara in una nota Michele Boldrin, Segretario Nazionale del partito ORA!
. E prosegue “lo scenario peggiore studiato in questi giorni dal governo britannico, uscito sul Times del 16 aprile, parla di una caduta della disponibilità di CO2 alimentare in Europa fino al 18 per cento dei livelli normali. Può sembrare un dettaglio tecnico ma non lo è dal momento che serve per trattare la carne nei macelli, per conservare insalate in busta, salumi, formaggi, pane industriale, per gasare le bibite, per trasportare vaccini e organi con il ghiaccio secco. Senza questa energia ricavata dal gas-sottolinea Boldrin- una parte rilevante della catena del fresco confezionato italiano si ferma nel giro di pochi giorni.
Nella stagione successiva arriva il secondo colpo: una stretta duratura sull’urea e sull’ammoniaca erode le rese di mais, frumento, riso, pomodoro da industria. I prezzi all’ingrosso reagiscono in pochi mesi, quelli al consumo in sei-nove mesi. Lo abbiamo già visto nel 2022 quando la guerra in Ucraina ha triplicato il prezzo dell’urea in un anno. Oggi, un blocco prolungato di Hormuz farebbe di peggio”.
ORA! chiede dunque che il Governo italiano “smetta di discutere la crisi di Hormuz come se fosse solo un problema di distributori di benzina e apra un tavolo serio, trasparente, tempestivo su tre punti: una ricognizione pubblica della dipendenza italiana da fertilizzanti azotati e CO2 alimentare, paese di origine per paese di origine, con la mappa delle filiere più esposte; un piano di contingenza nazionale, coordinato con l’Unione europea, che includa stock strategici di urea e ammoniaca, priorità di accesso alla CO2 alimentare per sanità e filiere critiche, meccanismi di solidarietà europea sulle scorte; un piano industriale di medio periodo per ricostruire capacità produttiva europea e italiana di ammoniaca, anche nella direzione dell’ammoniaca verde collegata all’idrogeno rinnovabile.
È necessario altresì un miglioramento nell’uso dei fertilizzanti di sintesi attraverso forme moderne di agricoltura sostenibile. La sovranità alimentare non è una bandiera, è un’infrastruttura e se non la costruiamo adesso la pagheremo ogni volta che uno stretto di trentatré chilometri cambia padrone. Infine -conclude Michele Boldrin-sempre nel medio periodo, sostituire il gas con un mix di energie rinnovabili e nucleare per ottenere l’energia necessaria per i processi industriali da fonti indipendenti e a basse emissioni di CO2″.

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