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La poesia sepolcrale tra Settecento e Ottocento
Pubblicato
5 ore fail
Di
Gioia Nasti
Dal tramonto dell’Illuminismo alla nascita della sensibilità romantica attraverso la meditazione sulla morte e sulla memoria
La più evidente caratteristica del Settecento, in tutti i campi del sapere, è stata quella della preminenza della ragione sulla tradizione, la fede e le credenze popolari. L’Illuminismo, chiamato così proprio per l’utilizzo massiccio dei “lumi della ragione”, se da un lato aveva fornito l’impulso più forte al progresso scientifico e al razionalismo, dall’altro aveva generato un’aridità intellettuale che aveva bandito totalmente sentimenti, emozioni, istinto, che comunque facevano parte dell’animo umano. Fu proprio per contrastare per questa soffocante e troppo accecante luminosità della ragione che, a partire dalla metà del XVIII secolo, la sensibilità e il gusto cominciarono a cambiare.
I primi segnali di insofferenza si presentarono con la cosiddetta poesia cimiteriale, il cui maggiore esponente fu Thomas Gray con la sua Elegia scritta in un cimitero campestre.
L’opera si pone come una sapiente mescolanza di stile ricercato e toni riflessivi sulla vita e sulla morte. Le descrizioni che egli fa dei luoghi, della natura, della luna non presenta i toni cupi e tetri delle elegie simili, sue contemporanee, bensì si fonda essenzialmente sulla riscoperta dei sentimenti e sulla loro importanza nella vita e nella morte degli esseri umani.
Gray scrisse il suo poema ispirato dalla morte di un suo caro amico, Richard West, avvenuta a trentasei anni, e dopo la morte della zia Mary. Ma le morti a cui ci riferiamo sono essenzialmente il punto di partenza, la scintilla per una riflessione più profonda sul destino dell’uomo.
L’elegia, letta nella traduzione di Melchiorre Cesarotti, influenzò anche Ugo Foscolo nella stesura del carme Dei Sepolcri. In realtà, Foscolo aveva già affrontato l’importanza della tomba come punto di incontro tra i defunti e il mondo dei vivi; ne è un esempio il sonetto In morte del fratello Giovanni, in cui il poeta indugia sul ruolo del sepolcro come luogo di incontro tra la madre e il figlio morto, anche se poi diventa uno spunto per lamentarsi della propria condizione di esule, lontano dalla madrepatria e destinato a morire in terra straniera.
Questa tema sarà poi affrontato anche nel sonetto A Zacinto, dove Foscolo esprimerà il suo rammarico per la sua “illacrimata sepoltura”. Ma è nel carme Dei Sepolcri che il poeta tratta l’argomento in maniera più circostanziata e precisa, con l’obiettivo chiaro di analizzarne la funzione sotto tutti i punti di vista. Dei Sepolcri viene pubblicato a Brescia nel 1807 ed è la risposta all’Editto di Saint-Cloud, emanato da Napoleone nel 1804, che decretava che le sepolture andavano effettuate fuori dalle mura delle città e soprattutto fuori dalle chiese, dove invece erano avvenute fino a quel momento.
Si tratta di un lungo poema in endecasillabi sciolti con un’impostazione epistolare ed un destinatario ben chiaro: Ippolito Pindemonte. Foscolo fonda la sua argomentazione sulla crudeltà del provvedimento napoleonico, che priva i defunti dell’ammirazione, da un lato, e del ricordo, e dall’altro impedisce ai vivi di mantenere quel contatto che porta consolazione e conforto.
Entrambi gli autori, quindi, meditano sulla morte e sulla fragilità della natura umana e su come la morte sia comune a tutti gli uomini. Entrambi sembrano partire da una riflessione su come e se una lastra tombale o una semplice urna cineraria possano lenire il dolore comune della morte. In questo modo, essi anticipano la corrente romantica, che farà del sentimento e della malinconia i suoi tratti caratteristici. Inoltre, entrambi riconoscono la fondamentale importanza della memoria rappresentata dalla tomba, anche se con finalità diametralmente opposte.
Gray, infatti, la vede come luogo di quiete universale, dove la morte rende tutti uguali, ricchi e poveri, famosi e sconosciuti, gente di ogni ceto sociale e ogni etnia. Foscolo, invece, considera la tomba come legame tra i vivi e i morti, non solo dal punto di vista umano, ma anche dal punto di vista civile: le tombe dei grandi, spiegherà nei Sepolcri a Pindemonte “A egregie cose il forte animo accendono”.
È questo il motivo fondamentale per cui i sepolcri “dei forti” non vanno spostate fuori delle città: il loro ricordo e il loro esempio spingono i vivi a compiere atti eroici e gloriosi e sono fonte di ispirazione per chi resta.
La differenza fondamentale tra Gray e Foscolo è tutta qui: per Gray, la morte rende tutti uguali, un po’ come La livella di Totò, mentre per Foscolo i grandi personaggi della storia si distinguono in morte, come si distinsero in vita, per le loro grandi opere, che instillano nei vivi il desiderio di emulazione. Per Foscolo, non c’è un premio o una punizione, garantite dal cristianesimo, come in Gray; c’è soltanto il “nulla eterno” e l’unico modo per combatterlo e non essere dimenticati è restare eterni nelle opere compiute in vita.
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