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“Favola Nera”, il nuovo disco di Tommaso Primo

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“Favola Nera” è riscrittura e attualizzazione di favole e racconti sempre cari all’umanità

Pochi sanno che in Cappuccetto Rosso di Perrault la bimba muore.

Non c’è cacciatore a salvare né lei, né la nonnina. Sono i fratelli Grimm a inventare il lieto fine.

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Le fiabe erano spesso cruente con finali duri ché servivano a educare – con la paura – i bambini ad obbedire agli adulti.

«Da questa storia si impara che i bambini, e specialmente le giovanette carine, cortesi e di buona famiglia, fanno molto male a dare ascolto agli sconosciuti; e non è cosa strana se poi il Lupo ottiene la sua cena. Dico Lupo, perché non tutti i lupi sono della stessa sorta; ce n’è un tipo dall’apparenza encomiabile, che non è rumoroso, né odioso, né arrabbiato, ma mite, servizievole e gentile, che segue le giovani ragazze per strada e fino a casa loro. Guai! a chi non sa che questi lupi gentili sono, fra tali creature, le più pericolose!»Perrault

Fiabe e favole, nonostante le differenze strutturali e narratologiche, sono spesso accomunabili per questa prospettiva – per così dire – noir tramite cui cercano di insegnare qualcosa.

O quantomeno di mostrare qualcosa.

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Che sia un ammonimento, come nel caso di Cappuccetto Rosso, o se, nonostante o per meritarsi il lieto fine, sia necessario passare attraverso numerose peripezie, fiaba e favole hanno in comune la voglia di insegnare gli aspetti chiaroscurali della vita.

Gli stessi cunti del Basile, pieni di oscenità e morti ammazzati, avevano come fine lo trattenemiento de peccerille, rivolgendosi, quindi, soprattutto ai bambini.

E nelle favole nere raccontate da Tommaso Primo, ormai artista maturo e responsabile, per il modo tramite cui riattualizza tradizione e temi mai esausti, troviamo raccontato tutto il mondo, fatto di nostalgie e porte in faccia, salite e vergogne, storie di prostituzione e femminelli.

Nel primo brano, Cavalleggeri è New York nella testa di Laura, amore e voglie di rivalse si mescolano in una romantica ballad dove il desiderio di trattenersi, oltre follie di esaltanti mediocrità, si ridefinisce in un manifesto dichiarato di cosa significhi sul serio amare.

Ma io voglio a te
Ca staje annascuse ‘nmiezo all’ate
Si nun ce staje me manca ‘o ciato
Quanno me astrigne forte forte
Quanno ‘o munno ce fa male
‘E sta deriva culturale
Ca po’ ce porta a ghì luntano
Addò te mancherrà assaje ‘o mare
E ‘o viernarì
Stelle ca scennene a cielo stanotte vulisse vedè
Pe’ fuì a chi cu ll’anema sporca
Te chiede l’ammore chedè
È miracolo e devozione
È perdono e rivoluzione
Chest è pe’ meCavalleggeri è New York nella testa di Laura

Da un amore puro, semplicemente annebbiato dalle ansie di futuro, a quello sporco di Madonna nera, storie di uomini alla ricerca di «’nu mumento d’alleria cu chi venneva ammore pe’ mestiere». E tra i cori, i fiati e in mezzo alle belle voci di Primo e Roberto Colella, più che il tragico epilogo, a venir fuori è la straniante allegria tramite cui è narrato lo strazio di chi subisce l’amore.

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Leggerezza che troviamo anche in Ludopatico d’amor.

La tradizione napoletana, tra musica, cinema e teatro, è piena di storie di femminelli e, nel cantautorato napoletano, ricordiamo – ma giusto per questioni comparatistiche – almeno tre precedenti:
Chillo è nu buono uaglione di Pino Daniele, Sulla Porta di Federico Salvatore e, il brano più recente, Figl’ ‘e Ddio di Raffaele Giglio.

Primo tende alla teatralità, e i riferimenti a Barra (ospite nel nudo e crudo branoVico Pace) e Viviani non sono casuali; come Salvatore e Giglio, Primo usa, a differenza di Pino Daniele, la prima persona.

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Ma il gioco delle attinenze produce anche qui proficue distanze. Nel racconto di Primo chi dice “Io” rivendica, per sfregio e forte auto-identificazione, tutta la sua sessualità, pratica e identitaria.

Picciò addiventaje femmena!
Vulevo essere femmenaLudopatico d’amor

Alla virilità insegnata dal padre («Cu’ a pistola e cu ‘a violenza può cercà d’avè’ rispetto») la risposta è azzardare, scommettendo, tutto sull’amore. Che, in tempi di violazioni e rivendicazioni retrograde, significa ancora mettersi al centro della rivoluzione.

Songhe ‘o frutto d”o peccato, pe’ sta società balillaLudopatico d’amor

È lo stesso autore a indicare la sessualità come filo conduttore tra le tracce.

Sessualità che se in alcuni brani è metafora di identità, accettazione e appartenenza, in altri è quanto d’erotia di omicidi passionali («Puoje essere giusto, santo o sbagliato ‘a fessa, si vo’, ‘o core arrevota!», in Onorato delitto e passione), in altri ancora è il controluce di un amore costruito sulle apparenze.

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Nella romanticissima E allora arrivederci Ciao, scritta con Dario Sansone de I Foja, l’addio di un innamorato esplode nell’acuta e disperata richiesta di togliere dalle carni lo squallore della superficialità di una relazione in cui nemmeno credeva di ri-trovarsi.

Lo svelamento del ritornello, cioè la bugia dietro all’idealizzazione, è illusione e dolore noti a tanti, ma la felicità di certe penne sta proprio nello scoprire verità nell’apparente semplicità:

Comme aggie fatto a nun vedè
Ca nun si ‘na stellaE allora arrivederci Ciao,

In Favola Nera, disco artisticamente prodotto da Giuseppe Spinelli, Primo continua la sua crescita umana e creativa, restando nell’ambito dei novellatori: mazze e panelle per raccontare il bello (il modo con cui veste Partenope ne è un esempio) e il brutto dell’esistenza. Cresce all’insegna della tradizione, ma sempre mettendoci il suo.

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Primo lo senti (lo leggi) e lo riconosci, nella scelta delle parole, nelle strutture ABAB (piane tronche piane tronche), nel modo con cui usa le consonanti dolci, dal come e dal perché sceglie le storie da raccontare.

E questo, per chi ama i racconti e i narratori, è tutto ciò che conta.

Si dice avere stile.

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