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21-Aug-2018 Aggiornato alle 10:29 +0200

Una pianta che potrebbe bloccare HIV: l'Hypericum scruglii

Una pianta che potrebbe bloccare HIV: l'Hypericum scruglii Hypericum Scruglii

I Ricercatori hanno isolato in laboratorio 6 composti che attraversi i loro principi attivi bloccano la replicazione dell'HIV-1.

Una recente scoperta da parte di un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Cagliari, da anni a contatto con la natura e l’ambiente sardo, potrebbe aprire nuove strade nella lotta contro l’AIDS.

Lo studio di questi ricercatori, coordinati dal virologo Francesco Esposito e dalla botanica Cinzia Sanna, si è concentrato sulla scoperta della capacità della pianta “Hypericum scruglii”, una pianta endemica che cresce ovunque in Sardegna soprattutto in alcune aree centro-orientali, di essere un metabolita appartenente alla classe dei floroglucinoli prenilati capace di inibire la replicazione dell’Hiv bloccando l’azione di due enzimi chiave per il processo replicativo.

Perciò questa pianta potrebbe essere utilizzata per bloccare la propagazione di cellule infette diventando un possibile farmaco anti-virale in futuro. In tal caso si ridurrebbe anche il numero di farmaci che un paziente sieropositivo deve assumere in terapia.

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Lo studio dei ricercatori cagliaritani si è basato sull’isolamento in laboratorio di sei composti che con i loro principi attivi erano in grado di bloccare la replicazione dell’Hiv-1. Il composto più attivo è risultato una molecola “multitarget” che permette di agire contemporaneamente su più fronti, con l’obiettivo principale di un’eventuale riduzione dei farmaci usati dai pazienti sieropositivi.

ale molecola sarebbe in grado inibire, in vitro, due enzimi chiave come la trascrittasi inversa e l’integrasi dell'immunodeficienza umana di tipo 1 portando all’inibizione della replicazione del virus in colture cellulari. In precedenti studi già la pianta del geranio aveva dimostrato le proprietà di bloccare l’infezione virale, inattivando il virus e bloccando la sua diffusione nelle cellule del sangue e del sistema immunitario.

Tale scoperta è stata pubblicata anche sulla rivista scientifica americana PlosOne ed è molto promettente per le speranze future aprendo nuove soluzioni meno invasive per chi ha contratto il virus dell’immunodeficienza umana.

Dott. Giuseppe De Carlo

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