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14-Dec-2017 Aggiornato alle 19:35 +0100

L’Arminuta: la storia della “ritornata”

Il libro dell'autore: un viaggio di abbandono e accoglienza foto:archivio Il libro dell'autore: un viaggio di abbandono e accoglienza

Il libro dell'autore: un viaggio di abbandono e accoglienza

“A tredici anni non conoscevo più l’altra mia madre. Salivo a fatica le scale di casa sua con una valigia scomoda e una borsa piena di scarpe confuse. Sul pianerottolo mi ha accolto l’odore di fritto recente e un’attesa.”

L’Arminuta in dialetto abruzzese vuol dire la ritornata.

Così viene definita dai compagni di classe la protagonista del libro di Donatella Di Pietrantonio, un testo che narra di un abbandono e di un’accoglienza, di un distacco e di una riappropriazione di identità.

L’Arminuta è una ragazzina di tredici anni restituita alla famiglia d’origine, di cui neanche immaginava l’esistenza. Si ritrova così, da un giorno all’altro, ad avere una nuova madre e un nuovo padre, oltre ad una sorella e a ben quattro fratelli.

L’Arminuta si ritrova a vivere nella miseria di una famiglia che lotta contro il demone della povertà, in cui ogni sera a tavola si litiga per un maccherone in più, dove si ricorre a strategie per dare allo stomaco l’illusione della sazietà

“si mangiavano polpette di pane con altro pane intinto nella salsa, per occupare lo stomaco.”

Siamo negli anni 70, un’epoca in cui non esisteva il concetto dell’adozione.

Infatti, la famiglia della protagonista, vivendo in un degrado economico e culturale, preferisce cedere l’Arminuta a dei familiari economicamente più agiati, sottraendosi così da qualsiasi impegno economico e morale.

 Questo è di fatto quello che succede all’Arminuta, la protagonista di cui non viene mai menzionato il nome di battesimo, quasi a volerla unicamente qualificare con quell’espressione dialettale, che la distingue, senza il bisogno di un’ulteriore identificazione.

La protagonista, proveniente da un ambiente acculturato e stimolante, che caratterizzava la famiglia di adozione, si ritrova scaraventata in un ambiente contadino, in cui figli vengono educati a suon di botte, in cui i sentimenti non vengono palesati in effusioni, ma tenuti taciuti e serrati, per esplodere con drammaticità dinanzi alle tragedie della vita.

L’Arminuta è la storia di un abbandono immotivato, del riadattamento ad una nuova vita, ad una nuova cultura e ad un nuovo dialetto, con la volontà ferrea di scoprire il perché di questo distacco.

Il romanzo è caratterizzato da un ritmo serrato e veloce, il cui stile drammatico e cruento, è capace di trasmettere con estrema vividezza la realtà descritta, senza omissioni o giri di parole.

Pecca imperdonabile, a mio avviso, è l’assenza di un finale.

La storia termina perché l’Arminuta smette di raccontare, e per quanto la fine del racconto sia il simbolo della rinascita, noi languidi lettori siamo troppo curiosi, vogliamo conoscere il futuro della protagonista, o almeno avere ulteriori indizi per immaginarlo.

Pecca ovviamente estremamente soggettiva, che incontrerebbe invece il favore di chi ama lasciare tutto all’immaginazione, attribuendo alla protagonista, con la propria fantasia, il destino che più gli aggrada.