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17-Jan-2019 Aggiornato alle 16:33 +0100

Qualiano, la nostra storia attraverso leggende ed origini

Strada provinciale del napoletano, distributore di carburanti, “scusi, mi sono persa: mi sa dire che strada devo prendere per andare a Qualiano?”; “Quaglian’? E arò se trova?”.  Scappa la risatina anche in situazioni tragiche come questa, dopo aver perso la strada di casa in un pomeriggio invernale buio e tempestoso, poiché ci si trova in lande, in linea d’aria, anche poco lontane da Qualiano, ma i cui abitanti sono totalmente inconsapevoli dell’esistenza di un paese simile.
    Se poi si nomina Giugliano, “ah, Giugliano, comme no! Dovete prendere quella strada a destra…”. Autorevoli e fantasiose ipotesi sono state avanzate sull’origine del nome di Qualiano: qualcuno afferma che esso derivi da “Colo Ianum” (letteralmente “Io venero Giano), probabilmente perché questo ridente e un po’ ridicolo paesello in cui oggi viviamo, in età romana era nientemeno che il tempio del culto del dio Giano; altri fanno risalire il nome ad una gens romana, “Quelia”, che magari amava il suo territorio più di quanto le attuali gentes possano immaginare; altri ancora affermano che Qualiano sia stato in realtà il paese della caccia delle quaglie, ma se così fosse stato forse oggi avremmo più cacciatori e meno circoli di carte e di ozio. Infine, ed è questa l’ipotesi più accreditata, il suo nome è stato ricondotto al sassonico “Wald” (bosco), da cui Gaudianum, e dunque “città nel bosco”. Quanto può essere divertente e nostalgico immaginare che i nostri antenati organizzassero caccie al tesoro stile medioevo negli estesi boschi verdi di Qualiano!
    Oggi  Qualiano è un paese di circa trentamila abitanti, di cui cinquemila abusivi o senza permesso di soggiorno, tutti più o meno concentrati nella zona “abbascio ‘o puzzo”, dove è stata creata una vera e propria comunità di extracomunitari, forse anche più civilizzata di quella cui prendono parte gli autoctoni; non ha una vera identità o vocazione economica, non ha grandi quantità di terreno arabile, non ha una zona industriale sviluppata, non offre chissà quali servizi per la comunità, ma è un paese che ha senso dell’umorismo. I suoi abitanti, i qualianesi, si fanno chiamare i “panza tosta”, forse per l’eccessiva coltivazione di tuberi anni addietro: pare che i vecchi contadini con la pelle arsa dal sole dopo il duro lavoro, con un filo di grano tra i denti e con un cappello di paglia in testa, si rilassassero seduti al fresco degli alberi sotto l’occhio indiscreto dei “furastieri”, attorcigliando la camicia su se stessa e massaggiandosi il ventre duro e gonfio a causa dell’abuso di patate. Le attrazioni offerte da Qualiano sono veramente poche: la Villa Comunale puntualmente disabitata (sarà per il fatto che l’acqua della fontana è melmosa ed emana un cattivo odore); manifestazioni oramai tipiche del paese, come la festa del Carmine che regala alla nota località “abbascio ‘e puteche” un’atmosfera folkloristica che attira turisti anche dai paeselli limitrofi (sarà, in questo caso, per i venerabili ospiti d’onore che ne prendono parte); iniziative culturali presso la Biblioteca che per la verità rimangono ignote ai più. Tuttavia lo spirito del qualianese DOC rimane intatto ed unico. I cittadini più anziani non mancano di fare sfoggio dei loro riti e delle loro credenze: tra “munacielli”, “janare” e “o consuolo” post-mortem, compare quella vecchia signora che per curare le verruche sulle mani, prende dei pezzi di carne cruda e si fa il segno della croce, pronunciando preghiere incomprensibili; non riuscita nel suo intento poi, ci riprova con il latte del fico ancora acerbo, raccolto nel cortile della “signora e rimpett”.
    Altra caratteristica probabilmente unica del qualianese, oltre ad essere “capera” d’indole, è la tendenza a dare i cosiddetti “contranomi” alle famiglie. Pare che a seconda della peculiarità di una famiglia, a partire dagli avi, fosse necessario affibbiarvi un nomignolo che ne rendesse significato e identità; e così abbiamo “Settebotte”, “Scosta ‘a coda”, “Scannapapera”, “A Celeste”, “Tre coscie”, “Capa e carton”, “Napulion”, “Cazzill”, “Maletiempo”, etc, etc… L’elenco sarebbe troppo lungo. Infine la gioventù. La gioventù qualianese è ad un passo dall’essere bruciata, sempre a causa della mancanza di strutture e servizi che possano offrirle valide alternative a trascorrere le serate fuori ai bar. Eppure, anche i giovani qualianesi a loro volta hanno una certa creatività: per velocizzare i romantici incontri, si sono inventati un sistema a dir poco impeccabile. Infatti è d’uopo che di sabato sera le due piazze principali, piazza Kennedy e piazza Rosselli, divengano teatro di infiniti strusci: ragazzi e ragazze, rispettivamente in auto e/o moto, e a piedi, passeggiano all’infinito in direzione opposta, cosicché ad ogni incontro tra i promessi autori di flirt ci siano scambi di sguardi, risatine e, all’occorrenza, simpatiche urla.
fonte: (per l’etimologia del nome) SERGIO ZAZZERA “QUALIANO, storia, tradizioni e immagini”.