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15-Nov-2018 Aggiornato alle 15:01 +0100

#Lacattivascuola: Il corteo a Napoli, se la rivoluzione partisse da sud?

Anche sotto il governo degli obiettivi mancati e delle statistiche ignorate studenti e lavoratori tornano a manifestare il loro disagio. Ancora una volta da Napoli e provincia parte l’autunno del dissenso. “Ce lo dice Matteo Renzi, serve flessibilità...ma saremo inflessibili nel combattere il Jobs Act”.

Questo uno dei cori che studenti e lavoratori precari intonvano ieri nel corso della manifestazione contro le riforme avanzate dal governo Renzi partita da Piazza del Gesù. Studenti e precari della scuola in piazza contro la visione “aziendale” della “Buona Scuola” tragata Giannini - Renzi.

Professori e alunni insieme, per una volta non separati da una cattedra o da un registro, contestano il progetto di privatizzazione parziale avanzato dal Premier. Il rischio concreto è quello di accrescere la tensione e la competizione tra gli istituiti, lasciando che gli “sponsor” privati mettano bocca sul POF e sulla gestione dei fondi.

Scuola e cultura legate a doppio filo agli interessi dei privati, questo ciò che i manifestanti contestano. “Renzi cerca di introdurre il modello Marchionne all’interno degli istituti scolastici” tuonano i diversi volantini stampati dai collettivi coinvolti.

La rabbia c’è eppure non esplode in alcun tipo di scontro. Il tentativo comune è quello di incalanarla nei cori. “Stop Jobs Act” è una scritta diffusa all’interno del corteo. Gli studenti che manifestano sanno che il peso dell’ennesima riforma, fallita in partenza, ricadrà su di loro.

Molti non ha ancora finito il liceo ma sembrano sapere perfettamente cosa li aspetta una volta terminati gli studi. Hanno visto amici e parenti laurearsi con ottimi voti e finire a lavorare par-time nel supermercato di turno, hanno visto genitori cinquantenni perdere il lavoro.

Sono i ragazzi di periferia, dei quartieri difficili. Sanno cosa significa “tirare a campare”. Sono una generazione di sopravvissuti, forse inconsapevoli, che cerca riscatto chiamandolo“rivoluzione”.

Gran parte di loro non ha ancora vent’anni, non ha mai passato ore in fila per il nuovo smartphone ed è coraggiosamente convinto che in questo paese qualcosa da fare ancora c’è. Insomma, il baratro è a un passo, sta anche a loro decidere se indietreggiare o andargli incontro.

Guardarli manifestare, cantare, muoversi lentamente dietro gli striscioni infonde fiducia. Anche molti dipendenti degli uffici in centro si fermano a guardarli dalle finestre degli uffici. Sguardi di ammirazione, mista a una sorta di compassione, di certo intrisi d’altro.

Qualcuno guardandoli sentenzia: “ Sono passati vent’anni ma i cori sono sempre quelli!”. “Forse perché cambiano i governi ma la musica è sempre la stessa”verrebbe da rispondere. D’accordo o meno, guardare i ragazzi in corteo stimola chi è fuori a riflettere. Che sia questa la loro più grande rivoluzione?

Imma Pepino

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