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15-Nov-2018 Aggiornato alle 15:01 +0100

Napoli, Seminario “Scritture in transito fra letteratura e cinema” parte terza

Napoli, Seminario “Scritture in transito fra letteratura e cinema” parte terza Collage: Michele Paragliola

La proiezione di “Still Life” di Uberto Pasolini giovedì 17 marzo

“Io sono il tuo riflesso,
lo so da così poco tempo,
ma di brillare non ho più paura”

L’incontro di giovedì 17 marzo tenutosi nell’aula Piovani del Dipartimento di Studi Umanistici della Federico II ha preso avvio da una mia poesia sui riflessi che la professoressa Silvia Acocella ha scelto di leggere per introdurre il film del giorno: “Still Life” di Uberto Pasolini. 

Uscito nelle sale nel 2013, il film ha come protagonista John May, un funzionario comunale intento ad occuparsi dei funerali di coloro che non hanno famiglia. “Era solo il mio lavoro” a compito concluso dirà l’uomo, ma chiunque si fermi a guardare la cura con cui egli si occupa degli sconosciuti deceduti, non potrà dire altrettanto. Alle esequie di uomini e donne di ogni età, infatti, c’è solo una persona a commemorarli: John May, lo stesso che raccoglierà le foto di tutti loro in un enorme album blu, rendendo eterne le trame della loro vita e salvandole dall’oblio con le sue sole forze, perché non è mai troppo tardi per ricordare. Tutte le esistenze diventano uniche, ognuno diviene indispensabile, non più morto e basta, ma un po’ morto, grazie al suo affetto. 

Del resto i dettami dell’economia, del risparmio non riconoscono i sentimenti, per cui May con i suoi decorosi funerali costa troppo e al municipio non resta che licenziarlo, a favore della cremazione dei defunti: una soluzione meno dignitosa, ma fruttuosa per le casse comunali. Così al protagonista resta un ultimo caso, quello del suo vicino di casa Stoke, un uomo mai conosciuto, di cui deve ricercare in poco tempo i resti degli affetti umani lasciati sulla terra. Compagne, colleghi, barboni che l’hanno incontrato anni addietro rifiuteranno di partecipare al funerale, così come la figlia Kelly. Quest’ultima è una donna bella e affascinante che, di lì a poco, si pente del suo no e cerca May per sapere di più del padre, di una vita finita alla quale sono sopravvissute solo le cose/causa. Fra esse un album di lei bambina, dinanzi al quale John e Kelly si raccontano e dopo si danno appuntamento per un the in seguito al funerale. Quando sembra essersi spezzata la solitudine del protagonista per via di lei, quando il silenzio sembra aver trovato voce, un pullman stronca la vita dell’ex funzionario. 

Le esequie di Stoke, inaspettatamente, si colorano della presenza di tutti quelli che May aveva cercato, mentre quelle di quest’ultimo si svolgono apparentemente sole, a pochi metri di distanza, nello stesso cimitero. Kelly intenta a dare l’estremo saluto al padre cerca John, non sapendo che il suo corpo giace sottoterra, mentre la sua vita sarà salvata, ma da chi? Proprio da quelli “un po’ morti” finiti negli anni in un cielo blu come l’album, scesi in terra ora per stargli accanto, “perché la cura torna moltiplicata a riannodare la sua sgangherata famiglia.” (Acocella)

Allora i nostri riflessi sono più prossimi, più vicini di quanto crediamo. Spetta a noi voltarci per portare all’altezza del cuore se non gli uomini, almeno le loro cose, costruendo le disperse e morte trame, che con un po’ di cura, lo saranno- così facendo-  “un po’ meno”. 

Michele Paragliola

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