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16-Nov-2018 Aggiornato alle 18:17 +0100

Napoli, Federico II “Le cose riparate” parte ottava

Giovedì 5 maggio 2016 il seminario “Scritture in transito fra letteratura e cinema”

Al centro dell’ottava puntata del seminario “Scritture in transito fra letteratura e cinema”- tenuto dalla professoressa Silvia Acocella ed i suoi preziosi collaboratori presso l’aula Piovani del Dipartimento di Studi umanistici della Federico II di Napoli - ci sono state le cose, ma stavolta riparate. Accade spesso, infatti, che le cose che ci circondano si rompano e dinanzi ad esse è difficile contenere il nostro dispiacere, ma cosa succederebbe se il nostro punto di vista cambiasse?

Partendo dal film “Il concerto” di Radu Mihăileanu in cui la bacchetta del direttore d’orchestra compare dapprima intera e in un secondo momento spezzata a metà, la docente di Letteratura Italiana Contemporanea, ha dato avvio ad un lungo percorso sul valore della “riparazione”. La bacchetta che compare alla fine del film è certamente rotta, ma riparata e unica, perché qualcuno si è preso cura di essa e l’ha aggiustata. Il segno indelebile che si viene a formare su quella cosa l’ha solleva dal mondo indistinto delle altre cose. Questa forma d’affetto trova corrispondenza nella pratica orientale del Kintsugi: unire assieme i pezzi di vasellame andati in frantumi con l’oro. Un po’ come le gocce d’oro di Umberto Saba, anche quelle dei giapponesi sono sprazzi di felicità ottenuti dopo aver raccolto e ricomposto i pezzi. Vale lo stesso per gli uomini perché se “perdi il tuo scopo è come se fossi rotto” dice Hugo Cabret, dodicenne orfano che vive nella stazione ferroviaria di Parigi, che mette in moto ogni parte fuori uso della macchina di Villa Lumière. Quest’ultima non è altro che una parte dell’enorme macchina del mondo e se esso è tale, nessuna delle sue componenti, Hugo compreso, può essere escluso da un meccanismo che altrimenti si incepperebbe. Per far funzionare il mondo, dunque, necessariamente qualcuno non dovrà buttare, ma riparare continuamente dalle lame del male le miriadi di esistenze. Cura è anche quella verso “Il piccolo principe”, libro strappato da una madre ad una figlia che “corre il rischio di piangere un poco essendo addomesticata”. Quel pianto si trasformerà nel coraggio di rimettere assieme tutte la pagine con lo scotch di carta. Ancora una volta la carta salva altra carta contrapponendosi ad ogni forma di strappo.

Successivamente Michela Iovino ha preso la parola per evidenziare l’importanza delle cicatrici di Frida Kahlo, la pittrice messicana vittima di un gravissimo incidente a soli diciotto anni. La donna, costretta ad indossare un corsetto di gesso, fa di esso una specie tela con varie decorazioni. Il corpo martoriato e rilegato al di sotto di esso diventa un feticcio amato e odiato, reso bello dagli abiti perché sono quel solo gesto che perdona le ferite. Nonostante tutto, quel feticcio doloroso finisce per essere prezioso, perché a suo modo riparato con la forza di Frida. Riprendendo le fila del discorso e chiudendo l’incontro, la professoressa ha ricordato alcuni volti feriti, fra i quali quello di Edward del film “Edward mani di forbice” di Tim Burton. Il protagonista ha, appunto, mani di forbice che incidono ogni cosa toccata, come il suo stesso volto di cui molti si spaventano. Una donna, venditrice di cosmetici, se ne prenderà cura dicendogli semplicemente che quelle ferite saranno coperte. In questo disperato tentativo di spalmare grammi e grammi di creme Edward entrerà in contatto con l’umano truccato che, probabilmente, è più rotto di tutto il resto. Del resto, dietro un filo di trucco, a volte, si nasconde un profondo oceano di cicatrici riparate che aspettano qualcuno pronto a prendersene cura.

Michele Paragliola

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