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19-Oct-2018 Aggiornato alle 9:07 +0200

Napoli, Federico II “Gli abiti” parte settima

Giovedì 28 aprile il seminario “Scritture in transito tra letteratura e cinema”

Sono stati gli abiti i protagonisti dell’ultimo seminario tenutosi nell’aula Piovani del Dipartimento di Studi Umanistici della Federico II di Napoli, guidato dalla professoressa Silvia Acocella (Letteratura Italiana Contemporanea) ed i suoi preziosi collaboratori.

A dare avvio all’incontro è stata come d’abitudine la professoressa, passando in rassegna i capi indossati da alcuni celebri protagonisti della letteratura e del cinema: dalle bombette di Stanlio ed Ollio, alla camicia “che si vede” di Totò, dagli occhiali a cuore di Lolita e quelli rotondi di Woody Allen alle lenti in montatura di tartaruga che facevano pendat con la moquete beige degli anni settanta di Giancarlo Mazzacurati (italianista e critico letterario, nonché docente per anni dell’Ateneo di Napoli - federiciano). Sul ricordo di quest’ultimo, Silvia Acocella - al tempo sua studentessa - ha ripreso le parole di Martina Mazzacurati per ricordare “quanto fosse tangibile la sua essenza nelle piccole cose”. Poi ancora abiti che hanno fatto da involucri di una vita sognata e in certi casi stroncata, come per la bambina con il cappotto rosso del capolavoro “Schindler’s List” di Spielberg. In quel soprabito, unica cosa ad essere a colori in un film in bianco e nero, si sono concentrate l’attenzione del regista, il messaggio e la tensione emotiva dello spettatore.

Poi la parola è passata a Flavia Salerni che ha introdotto il suo intervento sulla scia delle parole di Remo Bodei, il filosofo secondo il quale “le cose sono capaci di raccontare i desideri più nascosti” configurandosi, talvolta, come espressioni di un segreto. Riagganciandosi, poi, a Honoré de Balzac, si è soffermata sulle scarpe, le quali, secondo l’artista, possono svelarci il segreto dell’umanità. A dimostrazione di ciò, Nanni Moretti crea nel suo film “Bianca” un personaggio come Michele Apicella, che decide di indagare sulla camminata di ogni passante per carpirne la particolare andatura, indice della propria concezione del mondo. Si scompone così la singolare inclinazione di ogni uomo, scoprendo in alcuni casi stivaletti di lacca, come quelli della moglie di Svevo che ce ne parla in una lettera indirizzata alla donna. Quest’ultimo anche autore de “La buonissima madre”, un racconto in cui Emilio e sua moglie sono entrambi zoppi, pone sotto ai suoi piedi una zeppa di quindici centimetri per eguagliare la camminata di lei. Dalla coppia, peraltro, nascerà un figlio zoppo di nome Achille, ma tutt’altro che piè veloce. Se da una parte lo stivaletto da donna funge da ordigno capace di innescare la gelosia sveviana, dall’altra accade ai personaggi del ‘900 italiano (sveviani e non) di cercare sempre qualcosa che ristabilisca il loro zoppicare, la loro andatura claudicante priva di punti di appoggio, che finisce per trovare equilibrio proprio nel restare tale o semplicemente slittando.

Se in una scarpa poggia quel passo dopo passo che è la vita, noi uomini siamo come degli alberi e le scarpe sono le nostre radici. A detta della professoressa, metaforicamente il gruppo di studenti e chiunque prenda parte al seminario, forma un albero “strisciante e prostrato” che si aggrappa alla terra e rimette continuamente radici, che “la sillaba secca e storta come un ramo” la semina, nonostante tutto.

Michele Paragliola

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